Naufragio di Cutro, lo scontro in aula: “La Finanza rifiutò l’aiuto della Guardia Costiera”
CROTONE – Nuove, pesanti ombre si addensano sulla catena di comando e sui presunti ritardi nei soccorsi al caicco Summer Love, naufragato a Steccato di Cutro il 26 febbraio 2023, provocando la morte di 94 persone. Nel corso dell’ultimo dibattimento processuale è emerso un duro e inedito conflitto istituzionale che sposta l’attenzione sui rapporti di forza e di comunicazione tra i corpi dello Stato nelle ore immediatamente precedenti alla tragedia.
Secondo la deposizione del contrammiraglio della Guardia Costiera, Giuseppe Sciarrone, la Guardia di Finanza avrebbe esplicitamente respinto l’offerta di supporto delle motovedette della Capitaneria di Porto. Un diniego che, di fatto, ha interrotto la collaborazione operativa proprio nella fase più critica dell’evento.
Quella telefonata che interruppe i soccorsi
La ricostruzione offerta da Sciarrone in aula si concentra su un momento di svolta cruciale. L’offerta di assistenza avanzata dalla Guardia Costiera sarebbe stata liquidata dalla Finanza con parole nette, che hanno “chiuso ogni interlocuzione”. Una decisione che ha mantenuto l’operazione confinata nel perimetro del law enforcement (operazione di polizia doganale) anziché farla confluire in un protocollo SAR (Search and Rescue), ovvero di puro soccorso in mare.
Il contrammiraglio ha inoltre evidenziato un grave deficit di comunicazione: se la Capitaneria fosse stata informata tempestivamente delle avverse condizioni meteo e delle difficoltà di navigazione riscontrate dalla motovedetta V5006 della Finanza, avrebbe potuto inviare sul posto una propria unità d’altura o dirottare un mercantile presente in zona.
Polizia contro soccorso: il nodo della classificazione
Al centro del processo resta il peccato originale della gestione del caicco: la classificazione dell’evento. Nonostante la segnalazione dell’agenzia Frontex parlasse esplicitamente di un forte sospetto di imbarcazione carica di migranti, l’operazione è stata inizialmente catalogata come attività di polizia.
È questa la tesi cardine della Procura, che contesta ai militari imputati una gestione rigidamente burocratica dell’intercettazione. Un approccio procedurale che avrebbe di fatto prevalso sul prioritario e inderogabile obbligo di salvaguardare la vita umana in mare, sancito dai trattati internazionali.
Il presunto rifiuto del supporto della Guardia Costiera si configura oggi come lo snodo più drammatico del processo. Spetterà ai giudici stabilire se quel “no” abbia rappresentato l’anello decisivo di una catena di omissioni e decisioni errate che ha condotto alla strage sulla spiaggia di Cutro.





