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Oro rosso di Crucoli : la ricetta segreta delle nonne potrebbe salvare la “Sardella”, e se non rientrasse negli standard dei divieti della UE? (da verificare).

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Alla 54ª Sagra si traccia la via del rilancio: tra tutela dell’ecosistema, innovazione e la riscoperta di una tecnica di macinatura tradizionale che può aggirare il bando europeo sul novellame.

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CRUCOLI – Non è semplicemente un prodotto tipico, ma un frammento di identità collettiva che profuma di mare, peperoncino e storia. La sardella, da sempre definita l’ “Oro rosso crucolese“, si trova oggi a un bivio decisivo tra la fedeltà a una tradizione millenaria e il rigido rispetto delle normative europee. Il delicato dossier è stato al centro della tavola rotonda tenutasi lo scorso 10 agosto nella Sala Consiliare di Crucoli, l’evento clou della 54ª edizione della storica Sagra della Sardella.

Il convegno – dal titolo emblematico “La Sardella di Crucoli: cultura e tradizione marinare millenarie dell’enogastronomia del territorio. Dalle difficoltà nuove opportunità. Ricerca e sperimentazione” – ha riunito amministratori, tecnici, sindacati ed esponenti politici regionali per rispondere a una domanda fondamentale: come traghettare questa eccellenza nel futuro senza snaturarne l’anima?

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Il muro normativo e la “via crucolese” alla legalità

Il nodo centrale del dibattito, moderato dal direttore de “Il Crotonese” Giuseppe Pipita dopo l’apertura del Sindaco Cataldo Librandi, riguarda il Regolamento (CE) 1967/2006. La norma comunitaria vieta tassativamente la pesca, la vendita e la lavorazione del novellame di sarda (la cosiddetta “neonata” o bianchetto), rendendo di fatto illegale la ricetta tradizionale diffusa lungo gran parte della costa ionica. In molte località, infatti, la sardella si presenta con una consistenza filiforme in cui affiorano gli occhietti dei pesciolini: un segno inequivocabile dell’uso di novellame vietato.

Ma è proprio qui che Crucoli rivendica la sua unicità e una possibile via d’uscita legale. La vera sardella crucolese, quella custodita nei ricettari segreti delle nonne, non si fa con la neonata!. La tradizione locale prevede infatti l’utilizzo di pesciolini di 2 -3 mesi di vita, quindi già formati con tanto di branchie e pinne, di circa 3-4 centimetri di lunghezza, che vengono passati pazientemente nel classico tritatutto manuale per i pomodori, fino a ottenere una pasta piccantissima densa e omogenea, fatta di sola polpa di pesce, abbondante di calorie e dal gusto particolarmente gradevole, raffinata al palato, tanto da essere soprannominata “Caviale crucolese”.

Questa specifica tecnica di lavorazione non solo differenzia il prodotto di Crucoli da quello dei comuni limitrofi, ma apre una straordinaria opportunità: dimostrare la conformità ai canoni della pesca legale per ottenere un riconoscimento ufficiale e tutele specifiche per il prodotto identitario del borgo.

Un’alleanza istituzionale per la “Crucoli Experience”

Il rilancio della sardella richiede una sinergia che vada oltre i confini comunali. Al tavolo dei relatori si sono confrontati rappresentanti di primo piano dello sviluppo locale e regionale: Francesco Fortunato (FIA, CISL Calabria), Cataldo Minò (sindaco di Cariati e presidente GALP), Marcello Pagano (responsabile del settore pesca della Regione Calabria), Saverio Punelli (vicepresidente della Provincia di Crotone) e il consigliere regionale Sergio Ferrari. Le conclusioni sono state affidate, in collegamento da remoto, all’assessore regionale all’Agricoltura Gianluca Gallo.

La visione emersa è unanime: la sardella non deve essere trattata come un nostalgico ricordo del passato da difendere clandestinamente, ma come il volano di un moderno turismo esperienziale. Da questa premessa nasce il progetto “Crucoli Experience”, una strategia integrata per valorizzare il borgo medievale, le sue marine e le sue eccellenze agroalimentari durante tutto l’anno, destagionalizzando i flussi turistici.

Prospettive

La sfida per la comunità di Crucoli è ora quella di trasformare i rigidi vincoli igienico-sanitari e ambientali in un marchio di garanzia, tracciabilità e qualità. Solo attraverso un protocollo scientifico che certifichi l’uso di materie prime lecite – valorizzando la ricetta storica della pasta omogenea o integrando filiere controllate – sarà possibile portare questo straordinario patrimonio gastronomico sulle tavole del mercato globale, salvando al contempo la memoria storica e la legalità.

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