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Il Biologico italiano ha il suo marchio: più valore alle filiere e al Made in Italy

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Bio la strada ad “Alta Velocità” per l’agricoltura e l’agroalimentare Made in Calabria

L’avvio del Marchio Biologico Italiano rappresenta un passo importante per valorizzare le produzioni nazionali e offrire ai cittadini uno strumento semplice e immediato per riconoscere gli alimenti biologici ottenuti da materia prima agricola italiana.

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A sottolinearlo è Coldiretti Bio, che ha sostenuto questo obiettivo sin dal percorso che ha portato all’approvazione della legge nazionale sul biologico nel 2022. Il nuovo marchio arriva in una fase delicata per il comparto e può contribuire a contrastare alcuni segnali negativi emersi dagli ultimi dati.

La Calabria protagonista del biologico

La Calabria è una delle principali regioni biologiche d’Europa e la seconda in Italia per superficie agricola destinata al bio. Quasi un quinto dei terreni agricoli regionali è coltivato secondo il metodo biologico, con poco più di 9mila aziende impegnate ogni giorno nella produzione sostenibile e di qualità.

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La regione conta complessivamente circa 543.070 ettari di superficie agricola utilizzata, dei quali circa 197mila ettari sono interessati da pratiche biologiche certificate.

Tra le principali produzioni biologiche calabresi figurano:

  • olivicoltura e olio extravergine di oliva;
  • agrumi, tra cui bergamotto, clementine e cedro;
  • vitivinicoltura;
  • ortofrutta.

Le criticità da affrontare

“Occorre evitare una contrazione delle superfici e del numero delle aziende biologiche, una tendenza che si sta registrando a livello nazionale”, evidenzia Coldiretti.

“Il Marchio Biologico Italiano è una risposta importante che aspettavamo e che abbiamo sostenuto fin dall’approvazione della legge sul biologico – afferma Maria Letizia Gardoni, presidente di Coldiretti Bio –. Significa dare finalmente un’identità riconoscibile alle produzioni biologiche realmente italiane, valorizzando il lavoro delle nostre imprese e permettendo ai cittadini di distinguerle dai prodotti provenienti dall’estero”.

Tra le principali criticità c’è la crescente pressione delle produzioni straniere. Le importazioni di biologico sono aumentate del 25%, con prodotti a basso costo che intercettano una parte della domanda senza contribuire alla crescita delle superfici e della produzione nazionale.

In questo scenario, il Marchio Biologico Italiano può diventare uno strumento utile per rendere più riconoscibile l’origine dei prodotti e valorizzare sul mercato il lavoro delle aziende agricole italiane.

A frenare le imprese è anche il peso della burocrazia. Un’azienda biologica deve sostenere un aggravio burocratico di almeno il 30% rispetto a un’impresa convenzionale, già alle prese con un sistema complesso di adempimenti. Certificazioni, registrazioni e controlli si aggiungono ai maggiori vincoli produttivi e alle difficoltà legate agli effetti del cambiamento climatico.

Non sempre, inoltre, il mercato riesce a riconoscere adeguatamente i costi e gli impegni aggiuntivi sostenuti dalle imprese. A questo si aggiunge l’incertezza sulla futura Politica agricola comune, con il rischio di minori garanzie finanziarie per gli interventi agroambientali e climatici.

“Il biologico – sottolinea Coldiretti – rappresenta una carta vincente di responsabilità sociale e ambientale e deve essere sostenuto con strumenti adeguati”.

Nell’ultimo decennio superfici in crescita

Il dato relativo alle superfici deve comunque essere letto all’interno di un percorso di lungo periodo che resta positivo. Negli ultimi dieci anni, infatti, gli ettari coltivati con metodo biologico sono aumentati.

“Il marchio è un tassello fondamentale – conclude Coldiretti – ma ora è necessario creare le condizioni perché produrre biologico in Italia torni a essere sempre più conveniente. Servono meno burocrazia, maggiore valore alle produzioni nazionali, risorse certe e soprattutto reciprocità: chi entra nel mercato europeo deve rispettare le stesse regole e gli stessi standard imposti ai nostri agricoltori”.

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