La grammatica del riscatto: Catanzaro celebra i quarant’anni del Centro Calabrese di Solidarietà
Tra le navate laiche dell’ateneo, la storia di un’utopia concreta nata dall’impegno di don Mimmo Battaglia e Isolina Mantelli che continua a ricucire destini spezzati.
CATANZARO – 24 GIUGNO 2026. Quarant’anni. Un soffio per la storia, un’eternità per chi è scampato all’abisso. Non si contano in cifre i destini raddrizzati in questo lembo di Calabria, ma nei passi finalmente fermi di chi ha ritrovato una postura nel mondo grazie a una mano tesa quando l’orizzonte era solo nebbia.
L’Auditorium dell’Università Magna Graecia si è trasformato in un tempio laico della memoria collettiva per celebrare il quarantesimo anniversario del Centro Calabrese di Solidarietà Ets (Ccs). Non una semplice ricorrenza formale. Piuttosto, il racconto corale di un’avventura antropologica e sociale iniziata nel lontano 1986 in una stanza spoglia di via Fontana Vecchia, quando Padre Paolo Lombardo ebbe un’intuizione quasi scandalosa per l’epoca: guardare l’uomo oltre la sua caduta, riconoscendo nella fragilità una risorsa e mai un problema insolubile.
Il sipario si è alzato su una partitura di corpi e silenzi. I ragazzi del Centro si sono mossi sulle note sospese di Come in uno specchio di Eugenio Finardi, guidati dalla coreografia intensa di Ilaria Badolato e della Pastorale Giovanile. Un’epifania visiva. Subito dopo, la giornalista Maria Rita Galati ha tessuto il filo rosso di una narrazione che sfugge da sempre alla retorica del pietismo. «Qui la gente conosceva il tuo nome, non il tuo errore», ha scandito, restituendo il senso profondo di una comunità in cui sono nati amori, amicizie e nuove esistenze. Un passaggio vibrante è stato dedicato al cardinale Domenico Battaglia, per oltre vent’anni anima pulsante della struttura: «Oggi è Cardinale, ma per noi sarà sempre don Mimmo».
Il sottosegretario all’Interno Wanda Ferro, impossibilitata a presenziare, ha affidato a un videomessaggio la sua riflessione, definendo il Centro «una realtà capace di affrontare i più complessi e pervasivi fenomeni di devianza valorizzando i giovani e restituendo loro la possibilità di guardare al futuro». Una storia fatta di operatori e volontari che non hanno mai smesso di credere nella dignità umana, un patrimonio che oggi appartiene all’intera comunità calabrese.
La platea ha poi ascoltato i saluti delle massime autorità del territorio: dal rettore dell’ateneo Giovanni Cuda al questore Giuseppe Linares, dal comandante provinciale dei Carabinieri Giovanni Pellegrino all’assessore regionale Antonio Montuoro, fino al sindaco Nicola Fiorita, all’ex primo cittadino Sergio Abramo e al vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, monsignor Attilio Nostro. Interventi che hanno coralmente riconosciuto nel Ccs un presidio di civiltà, ringraziando anche il SerD e gli operatori sanitari per una sinergia terapeutica che dura da decenni.
Poi, la verità delle parole vissute.
Isolina Mantelli, presidente del Centro, ha evitato i bilanci burocratici per offrire una metafora potente e terragna: «Siamo come un bruco. Gli operatori sono i suoi mille piedi. Anche se uno si stanca, gli altri continuano a camminare. Siamo ancorati alla terra, riconosciamo la povertà e andiamo sempre avanti». Una dichiarazione d’intenti che non ammette sconti.
Subito dopo, l’abbraccio della sala è andato a don Mimmo. Il cardinale Battaglia ha riportato l’uditorio alle radici dell’esperienza, rievocando il ruolo cruciale dell’arcivescovo Antonio Cantisani. «Ogni incontro con questi ragazzi è stato per me un appuntamento con Dio. Nei loro volti ho letto il Vangelo autentico. Dietro ognuno c’è una storia, un nome, una speranza». Parole nude, prive di fronzoli ecclesiali, pronunciate da chi conosce l’odore della strada.
A dare carne e sangue a queste riflessioni ci ha pensato Marco Iacobi, ospite della comunità trent’anni fa: «Nella sofferenza c’è sempre una speranza che non deve essere mai spenta», ha detto rivolgendosi ai ragazzi di oggi. Un passaggio di testimone emotivo che ha preceduto la consegna delle medaglie ricordo agli operatori e delle targhe celebrative.
In chiusura, l’arcivescovo di Catanzaro-Squillace, monsignor Claudio Maniago, ha ricordato il suo primo impatto con il Centro, definendolo un luogo che segna chiunque lo attraversi, ma sempre in modo positivo.
A suggellare la serata, una sorpresa editoriale: la presentazione del volume celebrativo curato da Roberto Messina per la casa editrice Academ. Il libro raccoglie le testimonianze di venti personalità che hanno condiviso il cammino con don Mimmo, arricchito dall’introduzione di monsignor Maniago e da un saggio del manager sanitario Vitaliano De Salazar. Un’opera che si fa anche carità attiva: l’intero ricavato delle vendite sarà devoluto al Centro.
Quarant’anni dopo quel primo, timido passo, il Centro Calabrese di Solidarietà continua a camminare. Le dipendenze cambiano pelle, le povertà si fanno più subdole, ma la bussola resta identica. Nessuno è perduto. Mai.





