L’ultimo esame sul tatami: la Calabria del Taekwondo si prende la cintura nera (e la prova del peperoncino)
Cus di Rende, va in scena il rito di passaggio per 34 atleti. Tra rigore marziale e il tributo piccante alla memoria del Maestro Park, si chiude una stagione da incorniciare.
Il silenzio del dojang è un muro di tensione. Poi, improvviso, il kiai: un urlo che squarcia l’aria, liberando l’energia accumulata in mesi di fatica. Sabato 27 giugno, a partire dalle ore 15:00, le palestre del Centro Universitario Sportivo di Rende, in provincia di Cosenza, si trasformeranno nel palcoscenico dell’atto finale, il più solenne e atteso dell’anno. Sotto lo sguardo severo, quasi geometrico, della commissione esaminatrice, trentaquattro atleti provenienti da ogni angolo della Calabria si giocheranno in poche ore il simbolo di una vita di sudore: la cintura nera, o il passaggio di Dan fino al terzo grado.
Non si tratta di una semplice formalità burocratica di fine stagione, né di un rito preconfezionato. Nel taekwondo, quel pezzo di stoffa scura che stringe i fianchi è un sigillo di maturità. È un passaporto che certifica non solo la precisione millimetrica di un calcio circolare, ma la tempra di un carattere forgiato nella costanza, nella ripetizione ossessiva del gesto, nel superamento del limite fisico.
Dietro la complessa macchina organizzativa c’è il Comitato Regionale Fita Calabria, guidato con visione da Giancarlo Mascaro. Per il movimento locale, questo appuntamento rappresenta il punto di convergenza naturale di un anno vissuto a ritmi forsennati, tra trasferte estenuanti, raduni collegiali e sessioni di allenamento che hanno testato la resistenza di tecnici e atleti.
«L’esame di cintura nera è sempre un momento speciale», spiega Mascaro, lo sguardo già rivolto alle prove di sabato. «È una prova di carattere, di equilibrio e consapevolezza, che racchiude anni di sacrifici, impegno e passione. Un traguardo che è anzitutto umano, e solo in seconda battuta sportivo».
I numeri, d’altronde, non mentono. Trentaquattro candidati sono il termometro di una salute d’acciaio per le scuole calabresi, un bacino in costante fermento che continua a produrre talenti e a catalizzare l’attenzione nazionale. «La presenza di così tanti aspiranti – continua il presidente – conferma la vitalità del taekwondo nella nostra regione e il grande lavoro quotidiano svolto dalle società sportive e dai maestri».
Ma a Rende la solennità sposerà, come da tradizione, il folklore più verace del territorio. Una volta superata la durissima prova tecnica, per i nuovi promossi scatterà infatti il battesimo del fuoco. Letteralmente. Davanti a maestri, esaminatori e compagni di squadra, ogni atleta dovrà masticare un peperoncino piccante crudo.
Un rito che unisce la goliardia all’appartenenza identitaria, ma che affonda le sue radici nella storia stessa della disciplina in Italia. Questa bizzarra e temuta consuetudine è infatti il testamento spirituale del compianto Maestro Park Young Ghil, pioniere indiscusso che per quasi sessant’anni ha guidato il taekwondo italiano, prima come commissario tecnico e poi come presidente onorario della Fita. Mangiare il peperoncino significa accettare il dolore con un sorriso, ricordare le origini, onorare chi ha tracciato la via.
«Perpetuare le tradizioni significa mantenere vivo il legame con le origini», chiosa Mascaro.
Poi, finalmente, calerà il sipario. Giusto il tempo di far guarire il palato e ricaricare le batterie: a settembre, il grande viaggio del taekwondo calabrese ricomincerà da capo. Con nuove sfide, nuovi traguardi e, immancabilmente, altro fuoco da domare.






