Cronaca

Trionfo marchigiano per il Teatro di Calabria: “I Persiani” conquistano il Premio Franco Enriquez 2026

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La storica compagnia catanzarese premiata a Sirolo per la straordinaria messinscena della tragedia di Eschilo. Un riconoscimento nazionale che celebra cinquant’anni di passione teatrale e l’impegno di un cast d’eccellenza.

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SIROLO (Ancona) – Il nome della Calabria risuona alto nel panorama teatrale nazionale. Sabato 30 agosto, nella suggestiva cornice del Teatro Comunale Cortesi di Sirolo, il Teatro di Calabria “Aroldo Tieri” ha ricevuto il prestigioso Premio Nazionale Franco Enriquez 2026 – Città di Sirolo. Il riconoscimento, assegnato nella categoria Teatro Classico – Sezione Teatri e Compagnie, premia la straordinaria messinscena de I Persiani di Eschilo, diretta dal regista Aldo Conforto con la direzione artistica di Francesco Mazza.

Un trionfo che corona il successo di pubblico e critica già registrato lo scorso 7 agosto, quando la compagnia aveva registrato il tutto esaurito proprio sul palco del Cortesi. La XXII edizione del Festival, che quest’anno ha scelto come filo conduttore il tema “Il teatro, una via per la pace”, ha visto sfilare grandi nomi della scena italiana – tra cui Andrée Ruth Shammah, Lino Guanciale, Giuliana De Sio, Milena Vukotic e Gabriele Vacis – consacrando la produzione calabrese tra le vette dell’eccellenza contemporanea.

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Il valore di un percorso collettivo

«È un riconoscimento che ci emoziona profondamente», ha commentato a caldo il direttore artistico Francesco Mazza. «Premia non soltanto questo spettacolo, ma anche un’attività teatrale lunga cinquant’anni, quella di Aldo Conforto, che in questo lungo percorso ha formato decine e decine di attori nella città di Catanzaro e che ancora oggi porta avanti il suo lavoro con l’entusiasmo giovane di chi non ha mai smesso di credere nel teatro. È un riconoscimento che sentiamo particolarmente meritato anche per l’impegno totale che tutti noi abbiamo messo in questa prima produzione della compagnia rinnovata. Questo ci dà la responsabilità e, insieme, la gioia di continuare a lavorare».

Nelle motivazioni della giuria si legge come l’opera eschilea affronti «la guerra, le scelte sbagliate, l’incomprensione, la brama di conquista» per celebrare infine «la saggezza che consiste nella misura e nell’accettazione del limite». Un plauso speciale è andato alla regia, all’adattamento dei testi, alle scene, ai costumi, alle suggestive musiche originali e alla straordinaria forza evocativa del coro composto da talentuosi giovani attori.

Una regia nel segno del rigore classico

La cifra stilistica impressa da Aldo Conforto si distingue per il profondo rispetto filologico del testo: nessuna forzatura o attualizzazione artificiale, lasciando che la tragedia originale parlasse direttamente all’uomo contemporaneo. La scena, essenziale e carica di suggestioni dell’antica Persia, gioca sull’opulenza di ori e dettagli preziosi dei costumi e delle maschere, specchio di un potere che, proprio a causa della propria arroganza (hýbris), è destinato a crollare.

Il vero fulcro drammatico risiede nel Coro dei saggi, che in questa produzione assume un ruolo attivo nell’evoluzione degli eventi. Il Coro accompagna il progressivo mutare dell’atmosfera: dalla fiducia iniziale al dubbio sulla spedizione militare di Serse, fino allo sgomento per la disfatta. Di straordinario impatto visivo e morale è il momento in cui, al ritorno del sovrano sconfitto, i saggi si tolgono la maschera e gli voltano le spalle in segno di dissenso. Tuttavia, su ordine della regina madre Atossa, il Coro torna a indossare la maschera e a rivolgersi al re, incarnando la tragica figura di una comunità che riconosce l’errore del potere ma non riesce a sottrarsi del tutto alla sua autorità.

Un cast d’eccezione per un’opera universale

A sostenere questa complessa architettura è un cast di alto livello. L’intenso lavoro sulla parola, curato nell’adattamento da Aldo Fiale, si avvale di una recitazione declamata che restituisce sacralità alla lingua di Eschilo.

Spiccano le interpretazioni di Anna Maria Corea, un’intensa Atossa capace di far convivere la maestà della regina e il dolore della madre, e di Benito Pugliese, che evoca dall’oltretomba un maestoso spettro di Dario. Marco Trebian interpreta con forza il tormentato Serse, mentre Anna D’Alfonso dà voce alla “Donna afflitta”, simbolo del dolore universale delle vittime di tutte le guerre, arricchito dai versi poetici di Ada Negri e Federico García Lorca.

Completano il cast i bravissimi corifei Eugenio Nicolazzo e Gino Mariano Mazzotta, e il messaggero Alessandro Giordano. Le musiche originali di Amedeo Lobello e Francesca Procopio amplificano magistralmente il senso di lutto e smarrimento, sigillato nel finale dalla potente e suggestiva voce del soprano Miriana Screnci.

Con questo prestigioso sigillo nazionale, il Teatro di Calabria si conferma come una delle realtà più vive, rigorose e meritevoli del panorama teatrale italiano, capace di esportare cultura classica di altissimo livello e di far riflettere sui destini dell’umanità.

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