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TEATRO COMUNALE “SCARAMUZZA” / Una serata di grande impatto emotivo per la rassegna curata dal Comune di Crotone.

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«KR70M16», quando il teatro restituisce un nome e una storia ai naufraghi del Mediterraneo
Applausi e commozione per il secondo appuntamento del “Festival Calabria – Teatri in Città”. Lo spettacolo firmato da Saverio La Ruina trasforma la freddezza di una sigla burocratica in una potente riflessione sulla memoria e la dignità umana.

CROTONE — Una sigla alfanumerica proiettata nel buio della coscienza collettiva: KR per la provincia di Crotone, 70 come il settantesimo corpo recuperato, M per il sesso maschile e 16 per gli anni di una vita spezzata troppo presto. Dietro la freddezza di un codice burocratico si nasconde il volto di un ragazzo, una tra le tante vittime che il mare restituisce alle nostre coste.

Ieri sera, al Teatro Comunale “Vincenzo Scaramuzza”, il secondo appuntamento del cartellone “Festival Calabria – Teatri in Città” — rassegna finanziata dalla Regione Calabria e curata dall’Assessorato allo Spettacolo del Comune di Crotone — ha riaperto con delicata fermezza una ferita mai del tutto rimarginata nel territorio: la tragedia di Steccato di Cutro.

Con “KR70M16 – Naufrago senza nome”, l’autore, regista e interprete Saverio La Ruina ha portato in scena un’opera necessaria, capace di scuotere il pubblico presente in sala. In una dimensione visionaria e a tratti surreale, lo spettacolo immagina l’incontro ultraterreno, all’interno di un cimitero, tra una vittima delle rotte migratorie contemporanee e un martire della Shoah.

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Due drammi distanti nel tempo e nel contesto, ma uniti dal medesimo filo conduttore: la violenza della cancellazione e il rischio dell’oblio. Attraverso un testo che non rinuncia a sprazzi di amara ironia per evidenziare il paradosso della realtà, La Ruina mette a nudo la facilità con cui la società celebra i vincitori della storia, dimenticando sistematicamente gli ultimi e i vinti.

Insieme a La Ruina, le incisive interpretazioni di Dario De Luca e Cecilia Foti hanno trasformato il palcoscenico in un vero e proprio luogo di testimonianza e restituzione civile. La piece solleva una questione profondamente umana e politica: il diritto fondamentale a un nome, a una sepoltura e alla possibilità, per chi resta, di elaborare il lutto. Perché quando viene a mancare persino un corpo o una lapide su cui piangere, la privazione dell’identità diventa l’ultimo e più spietato oltraggio.

L’appello che si solleva dalla platea dello “Scaramuzza” è chiaro e senza appello: nessun essere umano può essere ridotto a un semplice numero di serie. In un’epoca di cifre e statistiche distillate dai telegiornali, il teatro torna così a fare ciò per cui è nato: restituire voce a chi non ce l’ha più e trasformare la memoria in un atto di pura responsabilità collettiva.

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