Catanzaro accoglie Pier Ferdinando Casini: all’ Hotel Guglielmo una riflessione su Europa, Democrazia e Futuro dell’ Occidente
In una Catanzaro attenta e partecipe, le sale dell’Hotel Guglielmo si sono trasformate ieri sera in un’agorà pulsante, un crocevia di riflessioni dove la politica, quella con la ‘P’ maiuscola, è tornata al centro del dibattito. Pretesto e motore dell’incontro, la presentazione del libro di Pier Ferdinando Casini, “Al centro dell’Aula. Dalla Prima Repubblica a oggi”, un volume che si fa specchio di oltre quarant’anni di storia istituzionale, sezionata e raccontata da uno dei suoi più longevi e autorevoli protagonisti.
L’evento, incastonato nella fortunata rassegna culturale “Libri e Bollicine” di Salvatore Sangiuliano, ha visto Domenico Gareri orchestrare un dialogo serrato e profondo con l’ex Presidente della Camera, un viaggio a ritroso nelle pieghe della nostra storia repubblicana per decifrare le complessità del presente.
Il prologo della serata è stato affidato al calore dei ricordi personali. Matteo Tubertini, per la proprietà dell’Hotel Guglielmo, ha evocato il profondo legame di amicizia che lega la sua famiglia a Casini, un affetto che trascende la politica e si radica in un rapporto sincero con la città e la Calabria intera. A questo sentimento ha fatto eco il consigliere regionale Marco Polimeni, che, portando i saluti del presidente Roberto Occhiuto, ha definito Casini “un amico della Calabria”, riconoscendone la statura di interlocutore sempre attento alle sorti del territorio.
Ma è sul futuro dell’Europa che il ragionamento di Casini ha trovato il suo epicentro. Con un monito quasi degasperiano, ha martellato su un concetto cardine: l’integrazione non è un’opzione, ma l’unica via per la sopravvivenza politica del continente in uno scacchiere globale dominato da giganti. “Se siamo uniti saremo forti, se siamo forti saremo liberi”, una massima che risuona oggi con la forza di un imperativo categorico, per non diventare vassalli di altre potenze.
L’analisi si è poi incuneata in una delle fratture più dolenti delle democrazie occidentali: la disaffezione, quel baratro di sfiducia che si allarga tra cittadini e istituzioni. L’astensionismo, per Casini, è la febbre alta di un corpo malato, un sintomo originato anche dalla rarefazione del legame diretto tra elettori ed eletti. Di qui, un appello vibrante a restituire sostanza alla rappresentanza, a ridare ai cittadini il potere di scegliere, non solo di ratificare. In un’epoca di polarizzazioni stridenti, ha poi levato un’autentica difesa del compromesso, non come segno di debolezza, ma come “architrave indispensabile” per governare società plurali e complesse. Un’arte, ha avvertito, che rifugge il dilettantismo e richiede preparazione, competenza e una professionalità oggi troppo spesso vilipesa.
Lo sguardo si è poi allargato al proscenio globale. Casini ha invocato l’unità nazionale sulla politica estera, pilastro della credibilità di un Paese, e ha scardinato la narrazione emergenziale dell’immigrazione, definendola una questione strutturale, ineludibile di fronte al crollo demografico. Una sfida da governare con lungimiranza, riconoscendo l’apporto vitale dei lavoratori stranieri al nostro tessuto socio-economico. Sull’eco assordante dei conflitti, ha ribadito il fermo sostegno all’Ucraina e, di fronte al dramma mediorientale, ha riaffermato la visione dei “due popoli e due Stati” come unico orizzonte di pace credibile.
Non è mancato un passaggio quasi amarcord, ma denso di significato politico, sulla Democrazia Cristiana, rivendicata non con nostalgia ma con orgoglio storico per il suo ruolo nella costruzione dell’Italia democratica e del suo ancoraggio europeo. Un partito, ha ricordato, capace di allargare le basi del consenso e di garantire stabilità nei marosi della storia.
Tra gli applausi scroscianti di una platea visibilmente coinvolta, la serata si è conclusa. Più che una presentazione, è stata una lezione magistrale, una bussola offerta per orientarsi nelle tempeste del nostro tempo, prima che le bollicine, firma della rassegna, suggellassero non solo la fine di un evento, ma la vitale importanza di un dialogo mai sopito.





