Gioia Tauro, Colosimo lancia la sfida alla criminalità: «Blindare i porti per soffocare la ’ndrangheta»
GIOIA TAURO — Non una chiusura fisica, ma una barriera invalicabile contro il crimine organizzato. È questo il messaggio perentorio lanciato da Chiara Colosimo, presidente della Commissione parlamentare Antimafia, al termine di una fitta giornata di audizioni e sopralluoghi presso lo scalo portuale di Gioia Tauro, il più grande hub di container in Italia. «Bisogna chiudere i porti alla ’ndrangheta», ha dichiarato Colosimo, sintetizzando l’obiettivo di una missione istituzionale volta a fare luce sul delicato equilibrio tra lo sviluppo economico di un’infrastruttura strategica e la pressione asfissiante delle consorterie criminali.

Il vertice con i vertici della sicurezza
La delegazione parlamentare ha incontrato i massimi rappresentanti della Capitaneria di Porto, dell’Autorità di Sistema Portuale, delle forze dell’ordine (Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza) e dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Al centro del tavolo, l’analisi delle strategie di prevenzione e repressione, con un focus particolare sui protocolli operativi di controllo dei container e sul coordinamento interistituzionale. L’obiettivo della Commissione è valutare quali procedure possano essere esportate come modello di sicurezza in altri scali nazionali, verificando sul campo l’efficacia dei dispositivi di sorveglianza attuali.
Il gigante della logistica nella morsa del narcotraffico
I numeri descrivono Gioia Tauro come un gigante della logistica globale: con circa 4,5 milioni di teu movimentati nel 2025 e rotte che collegano lo scalo a circa 120 porti nel mondo, da qui transita il 40% delle merci containerizzate della nazione.
Tuttavia, questa straordinaria centralità attira inevitabilmente gli interessi della ’ndrangheta, che ha trasformato il porto calabrese nel principale snodo europeo per il traffico di cocaina proveniente dal Sud America. Grazie ad alleanze consolidate con i cartelli transatlantici — tra cui quelli attivi nella delicata area della Tripla Frontera e i brasiliani del Primeiro Comando da Capital — le organizzazioni criminali sfruttano tecniche di occultamento sempre più sofisticate, dal classico metodo del rip-off (il recupero rapido della droga all’interno di container con sigilli contraffatti) fino all’importazione di cocaina liquida diluita in carichi commerciali apparentemente leciti.
L’ultimo maxi sequestro e la via dei controlli tecnologici
A confermare la costante pressione criminale sullo scalo è l’ennesima operazione condotta nei giorni scorsi da Guardia di Finanza e Dogane, che ha portato al sequestro di oltre 113 chilogrammi di cocaina purissima provenienti dal Sud America, un carico che sul mercato avrebbe fruttato oltre 20 milioni di euro.
Nel complimentarsi per il lavoro «straordinario» svolto da magistratura e forze dell’ordine, Chiara Colosimo ha ribadito l’urgenza di non abbassare la guardia: la sfida si gioca ora sul potenziamento delle tecnologie di scansione, sul rafforzamento degli organici ispettivi e su una cooperazione internazionale sempre più stretta. L’appello a “chiudere i porti” si traduce così in un imperativo politico e operativo: blindare le rotte del commercio globale per impedire che le arterie dell’economia sana diventino i canali di finanziamento delle mafie.






