Lavoro

L’infanzia spezzata nei cantieri e nei campi: in Italia i lavoratori minorenni sono raddoppiati in cinque anni

ROMA – I numeri, a volte, urlano. Quelli presentati oggi dall’UNICEF, in occasione della Giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile, disegnano una realtà che l’Italia sperava di aver relegato al secolo scorso. Invece è qui, oggi, 12 giugno 2026.

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Il 4° Rapporto statistico “Lavoro minorile in Italia: rischi, infortuni e sicurezza sui luoghi di lavoro” squarcia il velo di ipocrisia su un fenomeno sotterraneo ma in vertiginosa crescita. Tra il 2020 e il 2025, la platea dei lavoratori tra i 15 e i 17 anni è letteralmente esplosa, passando da 35.505 a ben 81.565 unità. Un raddoppio secco. Se poi allarghiamo lo sguardo fino alla soglia dei 19 anni, il quadro si fa ancora più cupo: dai 310.400 occupati del 2021 si è passati ai 427.072 del 2024. Un balzo in avanti del 37,6%.

La mappa del lavoro precoce

Dove lavorano questi ragazzi? Principalmente nel lavoro dipendente (escludendo operai agricoli e domestici) e nel settore primario, l’agricoltura. Ma a sorprendere è la geografia di questa “forza lavoro” in erba. La Lombardia traina la classifica nazionale con una media di 60.501 occupati sotto i 19 anni, seguita a ruota da Veneto (39.138) e Emilia-Romagna (34.202).

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Tuttavia, incrociando i dati demografici ISTAT con quelli previdenziali INPS, emerge un’incidenza territoriale sbalorditiva: in Trentino-Alto Adige ben il 22,54% dei giovani tra i 15 e i 17 anni lavora. In Valle d’Aosta la percentuale è del 17,46%. All’estremo opposto troviamo regioni come il Molise (6,08%) e la Puglia (6,35%), dove la partecipazione dei giovanissimi alle attività produttive appare decisamente più contenuta.

Il prezzo del rischio: infortuni e croci nere

Lavorare a quell’età significa esporsi al pericolo. Spesso senza le dovute difese. Nel quinquennio 2020-2024, le denunce di infortunio per la fascia 15-17 anni hanno registrato un’impennata drammatica: se il 2020 si era chiuso con 5.815 denunce – un dato fortemente compresso dai lockdown della pandemia –, il 2023 e il 2024 hanno visto cifre spaventose, rispettivamente 18.820 e 18.617 casi.

Il tributo di sangue è inaccettabile. Nel solo 2024 sono stati 7 i ragazzi tra i 15 e i 17 anni a perdere la vita sul lavoro o nel tragitto per raggiungerlo, portando il totale del quinquennio a 18 vittime. Allargando la fascia d’età a tutti gli under 19, le denunce totali di infortunio presentate all’INAIL tra il 2020 e il 2024 toccano quota 330.890. Di queste, 205.804 hanno riguardato bambini sotto i 14 anni. Le vite spezzate, in questo macro-gruppo, sono state 92: una strage silenziosa di 14 bambini sotto i 14 anni e 78 adolescenti tra i 15 e i 19 anni.

Se si limita l’analisi ai soli infortuni “accertati positivi” dall’INAIL (escludendo quindi i casi rigettati per vizi burocratici o carenza di documentazione), i morti sul lavoro restano comunque 51: 3 bambini sotto i 15 anni e 48 ragazzi tra i 15 e i 19 anni.

Il divario di genere nelle buste paga

Anche tra i minori, il gender pay gap detta le sue regole discriminatorie. Sebbene la retribuzione media settimanale delle ragazze (under 19) sia cresciuta del 12,2% tra il 2019 e il 2024 (passando da 238€ a 267€, con un picco del +10,3% nel 2021), i coetanei maschi continuano a guadagnare di più. Per loro la busta paga settimanale è salita costantemente da 300€ a 335€ (+11,7% complessivo). La crescita percentuale delle giovani donne è stata leggermente più rapida, ma il divario strutturale resta intatto.

Scuola e sicurezza: l’allarme degli studenti

Il pericolo non risparmia nemmeno i banchi di scuola. Nel 2025, le denunce di infortunio tra gli studenti sono aumentate del 3,84%, raggiungendo le 80.871 unità (rispetto alle 77.883 dell’anno precedente). La stragrande maggioranza di questi eventi (78.690) è avvenuta proprio durante le attività scolastiche. Le morti bianche tra gli studenti nel 2025 sono state 8 (6 a scuola, 2 in itinere), un dato fortunatamente in calo rispetto ai 13 decessi registrati nel 2024.

Le reazioni e la necessità di prevenzione

“L’articolo 32 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia è esplicito: ogni bambino ha il diritto di essere protetto dallo sfruttamento economico e da lavori rischiosi per la sua salute o la sua educazione. Questo diritto non è negoziabile”, ha ammonito con fermezza Nicola Graziano, Presidente dell’UNICEF Italia. “I dati di questo Report dimostrano quanto la realtà italiana sia ancora spaventosamente distante dalla teoria delle carte costituzionali”.

Il Report, coordinato dal Prof. Domenico Della Porta ed elaborato dall’Università degli Studi di Salerno, evidenzia una lacuna normativa: la mancanza di un Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) specificamente tarato sui minori. Per questo motivo, l’Osservatorio UNICEF ha presentato oggi un modello DVR aggiornato. L’obiettivo è imporre un nuovo approccio metodologico che non si limiti alla sicurezza fisica, ma integri la valutazione psico-sociale del minore nel contesto lavorativo. Perché un ragazzo di sedici anni non è un adulto in miniatura: ha sogni diversi, una percezione del pericolo diversa e, soprattutto, il diritto di tornare a casa sano. E di continuare a studiare.

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