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CronacaVibo Valentia

Operazione “Call Me” Maxi-pena chiesta dalla Dda per il boss di Tropea: 16 anni ad Antonio La Rosa

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CATANZARO – Chiusura di requisitoria con una stangata per Antonio La Rosa, 64 anni, considerato dagli inquirenti il vertice dell’omonimo clan mafioso di Tropea e attualmente ristretto in regime di carcere duro (41-bis). La Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, attraverso la pm Irene Crea, ha formulato al termine del giudizio abbreviato una richiesta di condanna a 16 anni di reclusione nell’ambito del procedimento scaturito dall’operazione “Call Me”.

Il “centralino” dal carcere Al centro dell’inchiesta, condotta dalla Guardia di Finanza, c’è la fitta rete di contatti che il presunto boss sarebbe riuscito a mantenere durante la sua permanenza nel carcere di Avellino. Nel periodo compreso tra ottobre 2020 e maggio 2021, La Rosa avrebbe avuto a disposizione un vero e proprio arsenale tecnologico: sei smartphone e cinque schede Sim intestate fittiziamente a cittadini stranieri. Attraverso questi dispositivi sarebbero state effettuate quasi cinquemila conversazioni non autorizzate, dirette sia verso i propri familiari che nei confronti di altri interlocutori esterni.

A supporto dell’infrastruttura clandestina avrebbero agito anche due donne, con l’incarico di curare le ricariche telefoniche e persino di gestire un profilo Facebook fittizio messo a disposizione del detenuto. La posizione delle due presunte complici è al momento al vaglio del Tribunale di Vibo Valentia nel quadro del processo con rito ordinario.

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I reati contestati I punti chiave della requisitoria tracciano un quadro accusatorio articolato: a La Rosa vengono infatti contestati i reati di associazione mafiosa con il ruolo di capo e promotore, l’accesso illecito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti, l’estorsione aggravata dal metodo mafioso e il trasferimento fraudolento di valori.

Si precisa che la richiesta avanzata dalla Procura distrettuale rappresenta la posizione dell’accusa e non equivale a una sentenza di condanna. La parola passa ora al giudice per l’udienza preliminare, a cui spetterà la decisione finale sul destino processuale dell’imputato.

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