L’ Omelia dell’ Arcivescovo Torriani in ricordo di Denise Cosco:”Non candelabri che brillano, ma luce sulla strada”. La Santa Messa per le vittime di ndrangheta che accusa l’ipocrisia di politici e imprenditori “collusi”.
La sfida della Chiesa calabrese contro la rassegnazione: dalla scomunica di Papa Francesco alla memoria di Denise Cosco, la Santa Messa non sia un paravento per complici e collusi.
Piero De Santo, Direttore Responsabile
CROTONE – C’è un Vangelo che rischia di diventare “lettera morta” se non graffia la realtà, e ci sono celebrazioni che rischiano di trasformarsi in vuoti rituali di facciata se chi siede tra i banchi continua a stringere patti nell’ombra. Nella Calabria ferita dal cancro della ’ndrangheta, la memoria delle vittime e il valore di una Santa Messa non possono essere ridotti a una rassegnata commemorazione. Devono, al contrario, farsi denuncia, rottura, spartiacque morale.
Il coraggio di Denise e il monito del Vescovo: «Non coprite la luce»
Il confine tra la testimonianza autentica e l’ipocrisia sociale è stato tracciato con straordinaria lucidità il 21 settembre a Crotone, nella Chiesa dell’Immacolata. Durante la Messa in suffragio di Denise Cosco – figlia della testimone di giustizia Lea Garofalo, che ha vissuto sulla propria pelle la lacerazione di una scelta drammatica – l’Arcivescovo Mons. Alberto Torriani ha pronunciato un’omelia che scuote le coscienze di un intero territorio.
Prendendo spunto dal Vangelo di Luca sulla lampada che non va nascosta sotto il letto ma, posta sul candelabro, il Vescovo ha squarciato il velo dell’omertà: «Sotto il letto si nascondono spesso verità scomode, responsabilità rimandate, mali che si preferisce non vedere». Denise, ha ricordato il presule, ha scelto il candelabro, pagando il prezzo della verità all’interno della sua stessa famiglia.
Ma il messaggio ecclesiale va oltre: la legalità non può essere una semplice “appartenenza di campo” o una sfilata di retorica. Esige una responsabilità attiva, un “respondere personale” che tolga i cittadini dal ruolo di comodi spettatori. «Non basta applaudire chi mette la lampada sul candelabro. Non basta commemorare chi ha avuto coraggio. Bisogna rispondere», ha ammonito Mons. Torriani, richiamando una Chiesa che non deve “brillare” per autocompiacimento, ma farsi luce concreta per indicare la strada.
L’incompatibilità radicale: da Cassano allo Ionio a oggi
Questo richiamo alla coerenza evangelica si salda storicamente con il gesto rivoluzionario di Papa Francesco del 21 giugno 2014. Nella piana di Sibari, a Cassano allo Ionio, il Pontefice pronunciò parole lapidarie che segnarono una svolta epocale nel rapporto tra Chiesa e criminalità organizzata: la ’ndrangheta è «adorazione del male» e i mafiosi «non sono in comunione con Dio: sono scomunicati».
Fu la prima volta che un Papa pronunciò la parola “scomunica” in modo così diretto ed esplicito, sancendo l’incompatibilità assoluta tra la fede cristiana e l’appartenenza ai clan. Un monito che imponeva – e impone tuttora – una scelta di campo netta, senza zone grigie.
L’ipocrisia dei colletti bianchi e il silenzio dei collusi
Eppure, a distanza di anni, la realtà locale racconta ancora una storia di profonde contraddizioni. A che cosa serve una Santa Messa, a cosa servono le parole di condanna se una parte della società civile, dell’imprenditoria e della politica calabrese continua a ballare con il demonio?
I dati parlano chiaro: i numerosi comuni sciolti per infiltrazione mafiosa in Calabria descrivono una rete fitta di connivenze. Politici dalle mani sporche che acquistano pacchetti di voti in cambio di appalti e favori; Imprenditori che, anziché denunciare il “pizzo”, preferiscono scendere a patti con le cosche, regalando rami d’azienda, azioni e posti di lavoro per i “gregari delle cosche” pur di garantirsi una fetta di profitto.
Per costoro, la partecipazione alla liturgia non è che un paravento, un tentativo di ripulirsi la coscienza. Il messaggio che si leva oggi dalle comunità più esposte e dalle parole dei pastori è invece un grido di indignazione: i politici collusi si dimettano e restino a casa per il resto della loro vita; gli imprenditori complici si vergognino e trovino il coraggio di denunciare.
La memoria di chi ha pagato con la vita, come Denise Cosco, non tollera zone d’ombra. La lampada della verità deve restare sul candelabro, alta e visibile, per costringere ciascuno a guardare in faccia le proprie responsabilità.





