Operazione “Smile”: il business di famiglia era la droga, il recupero crediti le minacce di morte
Un sodalizio criminale a conduzione familiare, dove il legame di sangue tra padre e figlio era cementato non dall’affetto, ma dal profitto illecito generato da un incessante traffico di cocaina, hashish e marijuana. Un’impresa spietata, stroncata all’alba dai Carabinieri della Compagnia di Gioia Tauro che, nell’ambito dell’operazione convenzionalmente battezzata “Smile”, hanno eseguito sei ordinanze di custodia cautelare, recidendo i tentacoli di una rete che estendeva il suo controllo da Rosarno fino alle province di Cosenza.
L’indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica di Palmi, ha scoperchiato il vaso di Pandora di un’attività criminale tanto radicata quanto sfacciata. Al vertice, un padre e un figlio, ora entrambi dietro le sbarre, che gestivano la “filiera” con una disinvoltura sconcertante. Lo stupefacente, recuperato con una rapidità impressionante, veniva occultato nei nascondigli più impensabili e domestici – “nella tazza” del water, “dietro la pianta” del balcone – pronto per essere smerciato incessantemente, trasformando piazze e uffici postali in veri e propri mercati a cielo aperto. La domanda era costante, la clientela vasta e fidelizzata.
Per eludere le intercettazioni, il duo aveva adottato un linguaggio in codice, un gergo minimale ma efficace che gli investigatori hanno pazientemente decodificato. Le dosi non venivano mai nominate; si ordinavano “sigarette”, “caffè” o “vino”, a seconda della sostanza e della quantità desiderata. Un frasario della banalità quotidiana che mascherava oltre 260 episodi di spaccio documentati, un fiume di droga che generava un volume d’affari talmente imponente da superare i limiti del contante. Paradossalmente, e a testimonianza di un forte senso di impunità, i pagamenti avvenivano non solo brevi manu, ma anche attraverso bonifici bancari e ricariche su carte Postepay, lasciando tracce indelebili che hanno inchiodato la rete.
Ma è quando il flusso di denaro si interrompeva che l’operazione “Smile” rivelava il suo volto più feroce e disumano. Il recupero dei crediti insoluti si trasformava in un’escalation di terrore psicologico e violenza. Le indagini hanno fatto emergere un clima di intimidazione culminato in un’estorsione piena e conclamata, dove un debitore è stato costretto a cedere il proprio smartphone da 600 euro per saldare un debito. La pressione, però, assumeva contorni ancora più oscuri, facendo leva sugli affetti familiari dei clienti insolventi o esplodendo in minacce di una brutalità agghiacciante, registrate dalle microspie degli inquirenti. “Guarda, 330 euro te li lascio, non li voglio… non mi guardare però che ti piglio e ti spacco tutte le ossa… con me tu hai finito!”. Una violenza verbale che non conosceva limiti, fino alla minaccia di morte, nuda e cruda: “Stasera ci devi dare i soldi sennò ti ammazziamo di botte… e può venire anche il Padre Eterno… voglio i soldi stasera e basta!”.





