Cultura

Trent’anni dal sacrificio di Pasquale Azzolina: Sant’Eufemia d’Aspromonte non dimentica il suo eroe

SANT’EUFEMIA D’ASPROMONTE – Il silenzio solenne dell’Aspromonte, interrotto solo dal rintocco delle campane e dal passo cadenzato dei reparti in armi. Sono trascorsi esattamente trent’anni da quella tragica notte d’estate, ma la memoria del Maresciallo Capo Pasquale Azzolina, Medaglia di Bronzo al Valor Militare “alla memoria”, rimane un faro vivido per l’intera comunità calabrese e per l’Arma dei Carabinieri.

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Questa mattina, a Sant’Eufemia d’Aspromonte, il tempo si è fermato per tributare il doveroso omaggio a un servitore dello Stato che ha pagato con il bene supremo l’adempimento del proprio dovere.

La solennità del ricordo

La cerimonia ha visto la partecipazione commossa dei familiari del sottufficiale, affiancati dalle massime cariche civili, militari, religiose e giudiziarie della provincia di Reggio Calabria. A dare ulteriore solennità all’evento, la presenza del Generale di Corpo d’Armata Claudio Domizi, Comandante Interregionale Carabinieri “Culqualber”.

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Il momento più toccante si è consumato in località “Ponte Crasta”, teatro dell’eccidio consumatosi il 17 giugno 1996. Lì, davanti alla lapide che sfida l’oblio del tempo, è stata deposta una corona d’alloro. Un gesto semplice. Un simbolo eterno.

Successivamente, la comunità si è stretta in preghiera nella Chiesa di Sant’Ambrogio, dove la Santa Messa è stata officiata dal cappellano militare don Aldo Ripepi insieme al parroco don Enzo Gioffrè. Le loro parole hanno tracciato il profilo non solo di un militare esemplare, ma di un uomo che ha incarnato i valori di prossimità e protezione sociale, oggi più che mai necessari in un tessuto sociale complesso.

Quella maledetta notte del 1996: la cronaca del sangue

Per comprendere la statura del Maresciallo Azzolina, occorre riavvolgere il nastro della storia fino a quella calda serata del 17 giugno di trent’anni fa. Sono circa le 23:00. In caserma, il silenzio è rotto dal trillo del telefono. Una voce anonima segnala movimenti sospetti in località “Ponte Crasta”: due ombre si aggirano attorno a una moto-ape, abbandonata il giorno precedente dopo un incidente.

Azzolina non esita. Non delega. Indossa l’uniforme e, insieme a un giovane commilitone, sale sull’auto di servizio.

Giunti sul posto, lo scenario appare chiaro. Due fratelli del luogo, volti noti al Maresciallo che li aveva visti crescere, stanno smontando pezzi del motore del mezzo. Alla vista dei militari, i due tentano un goffo occultamento degli attrezzi nella loro auto. Azzolina, con la fermezza del carabiniere e la bonarietà del padre di famiglia, li invita a salire sulla gazzella per completare gli accertamenti in caserma.

Qui, la normalità devia bruscamente verso la tragedia.

Se il fratello minore accenna a obbedire, il maggiore reagisce con una ferocia inattesa e sproporzionata. Estrae una pistola Beretta calibro 7.65. Spara. Colpi ravvicinati, sordi, che squarciano la notte. Il Maresciallo Azzolina viene attinto in pieno ma, sorretto da un’incredibile forza d’animo, tenta l’estrema reazione estraendo l’arma d’ordinanza. Non farà in tempo a fare fuoco: un ultimo proiettile, letale, lo abbatte al suolo.

I due assassini fuggono nella notte, lasciando a terra anche il Vice Brigadiere Salvatore Coltello, ferito ma miracolosamente superstite. Sarà proprio il coraggioso contributo di quest’ultimo, nelle ore immediatamente successive, a permettere la cattura dei due malviventi, consegnati alla giustizia dopo una serrata caccia all’uomo.

Il valore inciso nel bronzo

Il sacrificio del Maresciallo Azzolina è stato sublimato con il conferimento della Medaglia di Bronzo al Valor Militare. La motivazione, scolpita nei registri dell’Arma, ne fotografa l’estremo slancio:

“Comandante di Stazione distaccata in territorio caratterizzato da alto indice di criminalità, veniva fatto segno, unitamente a militare dipendente, ad improvvisa e violenta azione di fuoco da parte di due malviventi sorpresi in flagranza di furto. Benché colpito in più parti del corpo, con elevato coraggio e grande determinazione, tentava di reagire con l’arma in dotazione, ma colpito ancora una volta in parti vitali, si accasciava esanime al suolo. Fulgido esempio di alto senso del dovere ed elevate virtù militari, spinte fino all’estremo sacrificio”.

Trent’anni dopo, quel “fulgido esempio” non ha perso un briciolo della sua luce. Sant’Eufemia d’Aspromonte e l’Italia intera continuano a guardare a quella lapide non come a un monumento di morte, ma come a un presidio perenne di legalità e giustizia.

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