L’enigma dell’elettore calabrese: il pendolo del voto e il sistema che non cambia mai
Un’analisi di Domenico Mazza
Un plebiscito. Poi, il suo esatto contrario. E ancora, un mosaico di governi locali che sfida ogni logica di schieramento. Chi osserva la Calabria attraverso la lente delle sue recenti tornate elettorali si trova di fronte a un paradosso quasi indecifrabile: un corpo elettorale che sembra danzare senza un copione, muovendosi da un’estremità all’altra dello spettro politico con una rapidità disarmante. Meno di un anno fa, il centrodestra trionfava alle Regionali con un mandato che appariva granitico, omogeneo, inequivocabile. Pochi mesi dopo, quello stesso elettorato sbarrava la strada al referendum promosso dal governo centrale, per poi, nelle recenti amministrative, distribuire il proprio favore a coalizioni avversarie.
È un’altalena che si ripete, un’oscillazione perpetua.
La tentazione, comoda e intellettualmente pigra, è quella di etichettare questo fenomeno come l’ennesima prova di un’incoerenza endemica, di una presunta immaturità civica. Ma se la domanda che ci poniamo è sbagliata, la risposta non potrà che essere fuorviante. Il punto non è “cosa c’è che non va nell’elettore”. Il nodo cruciale, l’interrogativo che scava più a fondo, è un altro: quali forze governano questo pendolo? E chi, in ultima analisi, ne trae vantaggio?
Campi di gioco diversi, regole diverse
Per decifrare la volatilità del voto bisogna prima smontare un’illusione: quella di un unico elettore che si contraddice. La realtà è che esistono partite distinte, giocate su arene differenti, ciascuna con le proprie regole non scritte. Il voto nazionale e referendario è il regno dell’emotività, un’onda che si muove al ritmo delle narrazioni mediatiche e del carisma — o dell’impopolarità — del leader di turno; è un giudizio di pancia sull’operato del governo, raramente una ponderata scelta programmatica.
Scendendo al livello regionale, il campo si restringe. Qui, il pragmatismo inizia a farsi strada. Contano la percezione di credibilità del candidato, la sua presunta capacità di attrarre risorse, di governare la sanità, di fungere da ponte con Roma. L’ideologia sbiadisce, lasciando il posto a un calcolo di convenienza territoriale.
Infine, la partita comunale. Qui la politica nazionale evapora quasi del tutto. È il dominio della prossimità, della conoscenza diretta, della fiducia personale intrecciata in reti relazionali che possono essere, simultaneamente, virtuose e clientelari. Questa schizofrenia non è una patologia unicamente calabrese; è una crepa strutturale che attraversa l’intero Mezzogiorno e, in misura crescente, l’Italia intera. Non sono gli elettori a essere confusi. È l’offerta politica a essere deliberatamente frammentata, a presentarsi con mille volti diversi a seconda del palco, rendendo la coerenza di voto un esercizio di pura astrazione.
La sfiducia come esperienza, non come ignoranza
In un territorio che porta le cicatrici di decenni di promesse disattese, con una sanità perennemente commissariata, infrastrutture cristallizzate nel tempo e un’emorragia inarrestabile di giovani talenti, la sfiducia non è cinismo. È esperienza. È memoria storica accumulata. Meravigliarsi di questo sarebbe, a dir poco, ingenuo.
Cambiare voto, in questo contesto, cessa di essere un atto di incoerenza. Diventa il tentativo, spesso disperato e ciclico, di trovare un interlocutore che, per una volta, mantenga la parola data. Il vero cancro non è l’elettore che cambia idea, ma un sistema politico che si rigenera senza mai rinnovarsi, riciclando le stesse figure sotto simboli diversi, evocando uno sviluppo che rimane un miraggio. In questo deserto di alternative, l’affermazione “tanto sono tutti uguali” non è una resa intellettuale, ma una constatazione empirica, quasi scientifica.
Certo, la catena della responsabilità esiste, ed è spezzata da entrambi i lati. Esiste un dovere del cittadino di comprendere che la buca sotto casa, il posto letto in ospedale e le decisioni prese a Bruxelles sono vasi comunicanti, anelli di una stessa catena. Chi amministra un comune oggi sarà quasi certamente il candidato regionale di domani e il parlamentare di dopodomani. Ignorare questa progressione significa abdicare al proprio ruolo di controllore. Ma questa consapevolezza non si impone con la predica; si costruisce con una classe politica che offre coerenza, con un’informazione che fa giornalismo anziché propaganda, con una scuola che trasforma l’educazione civica in uno strumento vivo di cittadinanza.
Il peso della matita sul foglio del sistema
La metafora della matita è potente. Il segno che lascia nell’urna ha un peso specifico immenso. Ma una matita, per quanto affilata, non può nulla se il foglio che le viene offerto è già pieno di scarabocchi, di promesse cancellate, di patti traditi.
Finché i partiti continueranno a operare come entità bifronti — forze nazionali a Roma, comitati d’affari a livello locale — e finché le campagne elettorali si ridurranno a una sterile giostra di slogan, la volatilità del voto non sarà un problema da addossare ai cittadini. Sarà il sintomo febbrile di un organismo malato. Il disegno che emerge dalle urne calabresi non è un mostro incomprensibile nato dalla leggerezza di chi vota. È, al contrario, il ritratto spietatamente fedele di un establishment che non ha ancora deciso se vuole, o può, essere all’altezza del popolo che è chiamato a rappresentare.





