Ambiente

Comitato Magna Grecia Jonio Sommerso: il Fango dell’Incuria Travolge la Calabria

Corigliano-Rossano – Il ciclone Jolina ha colpito duro, ma il disastro che ha messo in ginocchio l’area tra Mirto-Crosia e Corigliano-Rossano non è figlio della tempesta. È il risultato di un’altra calamità, più lenta e silenziosa: l’abbandono istituzionale. Quella che emerge dal fango non è la cronaca di una fatalità imprevedibile, ma la storia di un’alluvione annunciata, l’esito meccanico di decenni di incuria politica e amministrativa.

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Il vero problema non è la pioggia, ma ciò che ha trovato una volta caduta a terra. Fiumi trasformati in giungle, i cui letti non vengono puliti da così tanto tempo da essersi innalzati al di sopra delle campagne circostanti. Una “geografia invertita”, come la definiscono i tecnici, dove i corsi d’acqua non sono più valli sicure, ma minacce pensili pronte a esplodere. Quando le piogge intense arrivano, l’acqua non ha altra scelta che riversarsi dove non dovrebbe: su case, aziende agricole e infrastrutture, usate come bacini di espansione di un sistema idrografico al collasso.

Questo disastro è il sintomo di una patologia cronica. Da anni, la gestione del territorio nell’Arco Jonico è subordinata alla logica dell’emergenza. Si attende il disastro per poi contare i danni, attivare la macchina dei soccorsi e promettere interventi. Manca, tuttavia, l’azione più importante: la prevenzione. La manutenzione ordinaria dei fiumi, la pulizia degli alvei e la messa in sicurezza degli argini restano capitoli di un libro mai scritto, persi nei meandri di una burocrazia frammentata dove le competenze si rimpallano tra Comuni, Consorzi di Bonifica e Regione.

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In questo vuoto di responsabilità, il fango diventa l’unico vero elemento unificatore del territorio, cancellando i confini comunali e le differenze sociali. Ma non si tratta solo di una crisi ambientale. Ogni alluvione rappresenta una spinta verso una decrescita economica forzata, che distrugge il tessuto produttivo locale e nega ogni prospettiva di sviluppo a un’area dalle enormi potenzialità.

La popolazione jonica, ancora una volta, si ritrova a spalare fango e a fare i conti con l’indifferenza. La richiesta di mettere in sicurezza i bacini idrici non è più un appello, ma un grido di dignità. È il diritto fondamentale di una comunità che rifiuta di vedere il proprio futuro seppellito sotto il sedimento di una politica assente. È tempo di pretendere che chi ha il dovere di decidere si riappropri del proprio ruolo, prima che la prossima ondata di piena cancelli ciò che resta.

Fonte: Domenico Mazza

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