Capaci, 34 anni dopo: la Medaglia d’Oro alle Scorte, custodi della democrazia
Nel giorno in cui la nazione commemora la ferita insanabile dell’attentato a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e agli agenti Dicillo, Schifani e Montinaro, lo Stato onora l’impegno silenzioso di chi vive per proteggere. La cerimonia a Palermo diventa il palcoscenico per celebrare la Medaglia d’Oro al Merito Civile, un tributo a una storia di coraggio nata dalle ceneri degli anni di piombo e consacrata dal sangue versato nella lotta alla mafia.
PALERMO – C’è un’ora, le 17:58, in cui ogni 23 maggio l’Italia trattiene il respiro. È l’istante esatto in cui, 34 anni fa, un tratto dell’autostrada A29 tra l’aeroporto di Punta Raisi e Palermo cessò di esistere, inghiottito da 500 chili di tritolo. Un boato che non fu solo un’esplosione, ma uno spartiacque nella coscienza della Repubblica, un punto di non ritorno nella guerra tra lo Stato e la mafia. In quel cratere persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie, la magistrata Francesca Morvillo, e gli uomini che li proteggevano: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.
Oggi, in un anniversario carico di memoria e significato, la commemorazione di quella strage si intreccia indissolubilmente con un atto di profonda gratitudine. Le celebrazioni a Palermo, alla presenza delle massime cariche istituzionali, tra cui il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il Capo della Polizia Vittorio Pisani, sono state l’occasione per onorare non solo quei caduti, ma l’intero corpo degli uomini e delle donne dei servizi di scorta e tutela della Polizia di Stato, a cui il Presidente della Repubblica ha recentemente conferito la Medaglia d’Oro al Merito Civile.
La giornata è iniziata lì dove tutto finì, presso la Stele di Capaci, con la deposizione di una corona d’alloro in un silenzio carico di rispetto. Ma è stato all’interno della caserma “Pietro Lungaro”, storica sede del Reparto Scorte di Palermo, che il passato e il presente si sono fusi. Durante una solenne cerimonia è stato svelato il quadro che custodisce il brevetto della Medaglia d’Oro, un simbolo che racchiude decenni di servizio silenzioso.
La motivazione dell’onorificenza, consegnata il 10 aprile durante le celebrazioni per il 174° anniversario della Polizia, è un manifesto di valore: “alle donne e agli uomini […] i quali, mediante l’adempimento quotidiano e silenzioso del loro compito, hanno assicurato e garantiscono la tutela delle persone esposte a pericolo, anche a sacrificio della propria incolumità. […] Il loro esempio di abnegazione testimonia l’alto valore del servizio reso per la sicurezza dello Stato, meritando la riconoscenza della Nazione.”
Queste parole non sono retorica, ma la sintesi di un’evoluzione drammatica e necessaria. Prima degli anni ’80, la “scorta” era un concetto quasi estemporaneo, affidato a personale non specializzato in base a necessità contingenti. Fu la stagione del terrorismo e degli omicidi eccellenti – da Piersanti Mattarella a Vittorio Bachelet, fino al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa – a rendere tragicamente evidente l’impreparazione dello Stato. Da quella scia di sangue nacque l’esigenza di una struttura professionale, permanente e altamente addestrata: i Reparti Scorte presso le Questure.
La loro storia è la cronaca di una risposta istituzionale alla minaccia diretta al cuore della democrazia. Un percorso culminato nel 2002 con la creazione dell’Ufficio Centrale Interforze per la Sicurezza Personale (UCIS), che ha centralizzato l’analisi del rischio e standardizzato le procedure, superando la frammentarietà del passato.
Al centro di questa trasformazione c’è un luogo: il Centro Addestramento e Istruzione Professionale (C.A.I.P.) di Abbasanta, in Sardegna. Lì, in quello che un tempo era il quartier generale del Reparto Anti-abigeato, è stata forgiata la dottrina della protezione moderna. Il “corso scorte” di Abbasanta non è un semplice addestramento: è un percorso che trasforma agenti in custodi, insegnando non solo a guidare in condizioni estreme o a rispondere al fuoco, ma a pensare come un’unica entità, a prevenire, a osservare, a sacrificare l’istinto individuale per la sicurezza del team e della personalità tutelata. Lì si formano professionisti, ma soprattutto coscienze.
Un impegno che si estende anche a un fronte meno visibile ma altrettanto cruciale: la protezione dei collaboratori di giustizia. Un compito delicatissimo, gestito dal Servizio Centrale di Protezione, che richiede di bilanciare la massima sicurezza con il rispetto della dignità umana, proteggendo non solo i testimoni ma anche le loro famiglie, strappate alla loro vita per aver scelto la legalità.
Alle 17:58, l’ora della strage, le sirene hanno taciuto. Un minuto di raccoglimento ha unito idealmente la Stele di Capaci, l’Ufficio Scorte e l’Albero Falcone, seguito dalle note del “Silenzio di Ordinanza”. Un tributo ad Antonio, Rocco e Vito, le cui medaglie d’oro al Valor Civile individuali oggi si riflettono idealmente in quella collettiva conferita a tutti i loro colleghi.
La commemorazione di oggi, dunque, non è stata solo un ricordo, ma una potente affermazione. Ha ribadito che il sacrificio di Capaci non è stato vano, ma è diventato il seme da cui è cresciuta una struttura dello Stato più forte e consapevole. La Medaglia d’Oro non è un punto d’arrivo, ma il riconoscimento di una guerra silenziosa combattuta ogni giorno, in ogni convoglio che si muove sulle strade d’Italia, da uomini e donne che, con la loro vita, fanno scudo alla democrazia.





