Intimidazioni alle imprese, Senese (UIL Calabria): «recrudescenza criminale che mette a rischio lavoro e futuro della Calabria»
CATANZARO – Una nuova ondata di violenza criminale stringe nella morsa le imprese calabresi, soffocando lo sviluppo economico e sociale della regione. Gli ultimi episodi di cronaca riaccendono i riflettori su una pressione estorsiva e intimidatoria mai realmente cessata, spingendo la Uil Calabria ad aprire un confronto diretto con il governo nazionale per chiedere un potenziamento concreto dei presidi di sicurezza. «La presenza delle forze dell’ordine deve essere significativa e capillare», dichiara Mariaelena Senese, segretaria generale del sindacato.
La mappa dell’emergenza copre ormai l’intero territorio regionale. Tra i casi più recenti e gravi si registrano il rogo doloso ai danni di un’azienda specializzata nella lavorazione del tartufo e i danneggiamenti ai mezzi della ditta del presidente di Ance Calabria, impegnati in un cantiere a Schiavonea. A questi si aggiungono gli incendi che hanno colpito alcune aziende agricole della Piana di Gioia Tauro e le intimidazioni subite nei mesi scorsi dalle realtà produttive dell’area industriale del Vibonese.
Un quadro allarmante che, secondo la Uil Calabria, mina le basi stesse del tessuto produttivo locale. «Fare impresa in Calabria continua a essere complicato e spesso pericoloso», sottolinea Senese. «Non esiste una provincia immune da questi fenomeni. Colpire gli operatori economici significa bloccare la crescita del territorio e mettere a rischio il lavoro di migliaia di persone».
Per il sindacato, la risposta non può limitarsi agli strumenti ordinari o formali. Senese invoca un intervento straordinario da parte dello Stato: «Siamo di fronte a un’emergenza sociale che richiede investimenti strutturali da parte del governo. I numerosi protocolli di legalità siglati dalla Uil con prefetture, procure e forze dell’ordine rischiano di rimanere sulla carta se mancano il personale operativo e gli amministrativi necessari per applicarli sul campo».
Le ripercussioni della pressione criminale, d’altronde, vanno ben oltre il singolo danno materiale. «Le aziende costrette a piegarsi al ricatto sottraggono risorse cruciali agli investimenti e alle assunzioni», conclude la segretaria generale. «Quei capitali finiscono per alimentare l’economia illegale, che sfrutta la disoccupazione per reclutare manovalanza a basso costo. È un circuito vizioso asfissiante, nonché uno dei motivi principali che spinge i nostri giovani ad abbandonare definitivamente la Calabria».






