Maxi sequestro a Reggio Calabria: sigilli a beni per oltre 500mila euro. Nei guai pregiudicato siciliano
L’operazione, condotta dal Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza, ha svelato un fitto reticolo di transazioni finanziarie mai dichiarate, in aperta violazione delle norme antimafia.
REGGIO CALABRIA – Un patrimonio da oltre mezzo milione di euro sottratto alla disponibilità di un pregiudicato di origini siciliane. È questo il bilancio dell’ultimo colpo inferto alla criminalità organizzata dagli uomini del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza, che hanno dato esecuzione a un decreto di sequestro preventivo emesso dal G.I.P. del Tribunale reggino, su tassativa richiesta della locale Procura della Repubblica.
Sotto la lente degli inquirenti sono finiti beni immobili, conti correnti e disponibilità finanziarie per un valore complessivo che supera i 500mila euro. L’operazione rappresenta il culmine di una complessa e minuziosa attività d’indagine economico-patrimoniale condotta sul territorio.
Il profilo del destinatario e le ombre del passato
L’uomo colpito dal provvedimento non è un nome nuovo per le forze dell’ordine. Attualmente si trova in stato di detenzione, dove sta scontando una condanna a sette anni di reclusione per associazione finalizzata al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti, reato che gli è valso anche la pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Proprio a causa dei suoi trascorsi giudiziari, l’indagato era già stato gravato nel 2014 da numerose misure di prevenzione personali e patrimoniali. Tra queste, figurava l’obbligo tassativo – previsto dagli articoli 30 e 31 del Codice Antimafia (D.Lgs. 159/2011) – di comunicare tempestivamente alle autorità competenti qualsiasi variazione significativa del proprio patrimonio. Un obbligo di trasparenza pensato proprio per evitare il riciclaggio e il reimpiego di capitali illeciti.
Tredici anni di transazioni “fantasma”
Secondo quanto ricostruito dai finanzieri del Nucleo Valutaria, l’uomo avrebbe sistematicamente aggirato le prescrizioni della legge. Gli accertamenti patrimoniali e reddituali hanno infatti portato a galla un flusso finanziario sotterraneo: tra il 2010 e il 2023, il pregiudicato avrebbe omesso di dichiarare una lunga serie di operazioni e transazioni economiche.
Un silenzio durato tredici anni, dietro al quale si celavano passaggi di denaro e investimenti per un ammontare complessivo stimato in circa 545.000 euro. Risorse che, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbero state reimpiegate violando le barriere imposte dalle misure di prevenzione.
Dagli uffici della Procura si mantiene comunque il massimo riserbo, ricordando che il procedimento penale si trova attualmente nella fase delle indagini preliminari. Come previsto dalle garanzie costituzionali, la responsabilità dell’indagato dovrà essere vagliata e confermata solo a seguito di una sentenza di condanna passata in giudicato. Nel frattempo, lo Stato ha posto i sigilli sul tesoro nascosto.





