Cronaca

La strage di Cutro e l’enigma dei soccorsi: perché si è atteso tanto?

Nel silenzio carico di dolore dell’aula di tribunale di Crotone, dove si cerca la verità sulla strage di Steccato di Cutro, le parole dei sopravvissuti risuonano come un’accusa indelebile. Una domanda, tanto semplice quanto agghiacciante, aleggia sul processo per il naufragio del caicco Summer Love: si potevano salvare le 94 persone, tra cui 35 bambini, annegate a pochi metri dalla costa italiana?

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La fase dibattimentale si è infiammata con le testimonianze che scavano nel cuore della tragedia. Una giovane donna afghana, scampata al naufragio, ha fissato la corte raccontando di un’imbarcazione già in acque italiane, di un’attesa disperata di soccorsi mai arrivati, trasformando il suo dolore in un atto d’accusa diretto contro l’inerzia delle autorità. Mentre la sua voce si univa al coro dei familiari e delle ONG, costituitisi parte civile per squarciare il velo su presunte negligenze, sulla richiesta di trasparenza calava il divieto di riprese televisive, una decisione che le parti civili hanno bollato come una ferita al diritto di cronaca.

E poi, la testimonianza che scuote le fondamenta della difesa istituzionale. Vittorio Aloi, ex comandante della Capitaneria di porto di Crotone, ha sganciato una bomba in aula: le motovedette della Guardia Costiera erano pronte, perfettamente in grado di sfidare il mare in burrasca quella notte, ma un fatale ritardo nelle comunicazioni ne impedì l’uscita. Un’operazione di ricerca e soccorso (SAR), ha sostenuto Aloi, avrebbe potuto cambiare il corso della storia. La strage, insomma, non era un destino inevitabile.

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A questo tassello si aggiunge l’ombra di Frontex, l’agenzia europea, che aveva segnalato il Summer Love come potenziale imbarcazione di migranti; un allarme che, secondo l’accusa, si sarebbe perso nei meandri della catena di comando nazionale, colpevolmente declassato da emergenza umanitaria a semplice operazione di polizia.

Il processo di Crotone, quindi, non è più solo la conta di una tragedia, ma la meticolosa ricostruzione di un possibile, fatale cortocircuito: un mosaico di allarmi sottovalutati, ritardi operativi e vuoti di coordinamento. Spetterà ai giudici stabilire se la morte di 94 persone sia stata il frutto di una tragica fatalità o la conseguenza diretta di una catena di responsabilità umane e istituzionali che quella notte ha fallito.

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