Ponte sullo Stretto: l’inchiesta che scuote il gigante d’acciaio
Un’ombra si allunga sul Ponte sullo Stretto, e non è quella della sua imponente, ancora ipotetica, campata. È l’ombra di un’inchiesta della Procura di Roma che, squarciando il velo delle procedure autorizzative, impone una riflessione ineludibile sulla fame di verità, giustizia e responsabilità che attraversa le nostre istituzioni democratiche.
I fatti, naturalmente, dovranno essere accertati. La presunzione di non colpevolezza, principio cardine della nostra civiltà giuridica, deve ammantare ogni soggetto coinvolto fino a prova contraria. Tuttavia, mentre la magistratura svolge il suo corso, è impossibile non cogliere il segnale d’allarme che questa vicenda proietta sul dibattito pubblico, un segnale che risuona con particolare urgenza proprio nei giorni in cui Libera mobilita il Paese con la sua campagna “Occhi aperti sulla corruzione”.
Non sorprende, ma indigna, che attorno a un’opera di tale magnitudo economica e strategica si addensino conglomerati di interessi torbidi. È un copione tristemente noto. Miliardi di fondi pubblici attirano, come un campo gravitazionale, tentativi di condizionamento, pressioni indebite e quella deliberata opacità che prospera dove la trasparenza viene meno. Le criticità del progetto del Ponte, del resto, sono evidenti e da tempo segnalate: una procedura di aggiudicazione priva di una reale competizione; una lievitazione dei costi che assume contorni iperbolici, interamente a carico della fiscalità generale; l’inquietante sottovalutazione dei profili di sicurezza geologica, sismica e ingegneristica, elementi non negoziabili in un’opera di tale audacia strutturale.
Proprio in questi crocevia di potere e denaro servirebbe il massimo rigore. E invece, assistiamo da anni a una sistematica erosione dei presidi di legalità. È come disarmare le sentinelle proprio mentre il nemico si avvicina alle mura. L’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, lo svuotamento del traffico di influenze illecite, il depotenziamento della vigilanza contabile della Corte dei Conti e le restrizioni sull’uso delle intercettazioni non sono dettagli tecnici per addetti ai lavori; rischiano di essere interpretati da menti malintenzionate come un sonoro, inequivocabile segnale di “liberi tutti”.
Questa inchiesta ci sbatte in faccia una verità fondamentale: gli strumenti di prevenzione della corruzione non sono orpelli burocratici. Sono l’infrastruttura democratica che protegge l’interesse collettivo. La trasparenza assoluta, la piena accessibilità dei dati, la tutela di chi denuncia gli illeciti (i whistleblower), l’indipendenza degli organi di garanzia: questi non sono un peso, ma la condizione essenziale per un’amministrazione sana.
Perché la corruzione non è un semplice reato. È un cancro. È un potere occulto, irresponsabile, che metastatizza nel corpo della democrazia, divorando risorse collettive, negando diritti fondamentali e iniettando il veleno della sfiducia tra i cittadini e le istituzioni. Combatterla, quindi, non è compito esclusivo dei magistrati. Richiede un patto di corresponsabilità tra la cittadinanza attiva, una politica lungimirante e istituzioni integre.
Le iniziative di Libera nascono da questa profonda consapevolezza. Tenere gli occhi aperti significa trasformare ogni cittadino in una sentinella del bene comune, promuovendo un monitoraggio civico diffuso che esiga e ottenga che ogni scelta pubblica, soprattutto quando riguarda opere colossali come il Ponte sullo Stretto, sia cristallina, motivata e orientata esclusivamente alla cura della collettività.
Segreteria regionale Libera Calabria





