Cibo e Bevande

L’oro verde sposa la Costituzione: a Corigliano-Rossano nasce la Carta di Calabria

Da Corigliano-Rossano parte il patto nazionale per salvare l’olivicoltura italiana. Visione strategica, tutele costituzionali e un interrogativo cruciale per il futuro dei territori: chi raccoglierà le nostre olive nel 2050?

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Un manifesto politico, sociale e culturale, prima ancora che un documento programmatico. Dalle terre di Corigliano-Rossano, nel cuore di una Calabria che si fa laboratorio geopolitico dell’agricoltura nazionale, emerge la Carta di Calabria. È questo il coronamento della Convention Nazionale delle Città dell’Olio, un’alleanza che oggi unisce 560 enti pubblici in un disegno comune. Non si tratta di una dichiarazione d’intenti astratta. Al contrario, il documento fonde la Visione 2030 – elaborata dalla Consulta degli Ambasciatori – con le risposte pragmatiche delle Comunità dell’Olio locali, reti territoriali che uniscono sindaci, agricoltori, scuole e cittadini.

La firma coincide, non casualmente, con l’ottantesimo anniversario della Repubblica Italiana. C’è un filo rosso che unisce la terra alla Costituzione. Curare un uliveto significa dare forma all’articolo 9 sulla tutela del paesaggio, onorare l’articolo 4 sul valore del lavoro e presidiare l’articolo 32, giacché l’olio extravergine è il custode della salute collettiva e perno della Dieta Mediterranea.

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Da qui, le richieste al Governo sono nette. Gli uliveti storici vanno considerati infrastrutture strategiche nazionali. Servono scudi contro il dissesto idrogeologico. E, soprattutto, la transizione energetica non può trasformarsi in un assalto ai paesaggi storici: i confini delle aree non idonee agli impianti devono restare invalicabili. Nessuna deroga.

Ma c’è una domanda che aleggia sui tavoli di Rossano, drammatica nella sua semplicità: chi raccoglierà le olive nel 2050?

L’abbandono dei terreni avanza, l’età media dei produttori sale e i boschi inghiottono silenziosamente pezzi di storia agricola. La Carta risponde con azioni misurabili. Censimenti delle varietà autoctone, recupero coatto dei terreni incolti e patti generazionali per trattenere i giovani nelle aree interne. Il paesaggio vive solo se c’è chi lo coltiva. Senza reddito per gli agricoltori, l’oleoturismo e la biodiversità restano solo belle parole da convegno.

La tre giorni calabrese, patrocinata dal Masaf e sostenuta da Regione e Comune, ha catalizzato il meglio della filiera. Attorno ai tavoli moderati dalle giornaliste Monica Caradonna e Fabiola Pulieri, si sono incrociati sguardi e visioni diverse. Grandi interpreti della cucina come Alfonso Iaccarino e Pietro Zito si sono confrontati con il mondo accademico – dal rettore Giuseppe Zimbalatti al professor Raffaele Sacchi, fino a Milena Petriccione del Crea. E poi la voce delle imprese, con figure del calibro di Maria Grazia Minisci, Enrico Parisi e i rappresentanti delle storiche aziende olearie come Librandi, Petronio e Geraci. Un ecosistema vivo, guidato dal presidente delle Città dell’Olio Michele Sonnessa e dal direttore Antonio Balenzano.

L’appoggio istituzionale è stato forte. Il Sottosegretario al Masaf, Patrizio Giacomo La Pietra, ha espresso piena sintonia con la Carta, definendo l’olivicoltura un “simbolo ineguagliabile della ricchezza italiana” e auspicando che le Città dell’Olio diventino vere e proprie ambasciate del territorio. Accanto a lui, l’assessore regionale Gianluca Gallo e il sindaco Flavio Stasi hanno ribadito la centralità della Calabria in questa transizione.

La sfida è lanciata. La Carta di Calabria è scritta: ora spetta al Paese tradurla in realtà.

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