AmbienteCronaca

Inferno a Papanice: fiamme, sete e la rabbia di una comunità sfinita

Papanice ha tremato. Un pomeriggio surreale, sospeso tra il fumo acre di un incendio devastante e l’aridità desolante di rubinetti completamente a secco. Ottanta ettari di macchia mediterranea e sterpaglie sono andati in fumo in un baleno, trasformando la frazione di Crotone in una trappola di fuoco. Le fiamme, spinte dal vento e alimentate dalle temperature torride di luglio, hanno risalito rapidamente i pendii, lambendo minacciosamente le case, aggredendo casolari agricoli e seminando il panico tra i residenti.

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La terra bruciava. L’acqua, semplicemente, non c’era.

L’intervento dei Vigili del Fuoco del Comando di Crotone è stato massiccio, una vera e propria operazione di guerra contro il fuoco durata ore. Sul campo sono scesi due Direttori delle Operazioni di Spegnimento (DOS), squadre ordinarie, mezzi speciali per la lotta agli incendi boschivi (AIB), autobotti, un mezzo aereo per i lanci dall’alto, oltre agli uomini di Calabria Verde e ai volontari della Protezione Civile di Isola di Capo Rizzuto. Un dispiegamento di forze straordinario che è riuscito, non senza immani fatiche, a contenere il fronte del rogo, a mettere in salvo diversi animali intrappolati e a evitare che le fiamme divorassero i complessi residenziali. Le operazioni di bonifica si sono concluse solo intorno alle 20:30, lasciando dietro di sé uno scenario spettrale di cenere e fumo.

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Ma l’eroismo dei soccorritori si è scontrato con un ostacolo paradossale e inaccettabile: la totale assenza di risorsa idrica nei condotti della frazione. Come si spegne un incendio senza acqua?

Questo drammatico cortocircuito logistico e infrastrutturale ha sollevato un’ondata di indignazione, canalizzata nelle durissime parole di Antonio Megna, Presidente del Consiglio Comunale di Crotone, ma prima di tutto cittadino e rappresentante viscerale della comunità di Papanice.

“Non posso più tacere”, sbotta Megna, fotografando una realtà ormai insostenibile. Lasciare un intero quartiere senz’acqua nel cuore dell’estate, per ore o interi giorni, non è solo un disservizio. È una violazione dei diritti umani più basilari che colpisce anziani, bambini e soggetti fragili. La rete idrica è vecchia, fatiscente, fragile; le rotture sono all’ordine del giorno e nessuno pretende miracoli immediati. Eppure, la lentezza esasperante con cui vengono gestiti i guasti e riparate le condotte ferisce la dignità di una popolazione che si sente, a tutti gli effetti, trattata come una periferia di serie B.

La gestione del servizio idrico è oggi nelle mani di Sorical, la società della Regione Calabria. Da qui l’appello accorato, quasi un ultimatum politico, che Megna rivolge direttamente al Governatore Roberto Occhiuto e all’Amministratore Delegato di Sorical, Maurizio Nicolai: “Ascoltate il grido di questa comunità”.

Papanice non chiede privilegi. Chiede normalità. Esige un piano serio di ammodernamento strutturale e, nell’immediato, interventi di riparazione rapidi e prioritari. Perché quando la sete cronica di un quartiere arriva a paralizzare persino i mezzi di soccorso impegnati a domare un incendio, il problema smette di essere un mero disagio gestionale. Diventa, inequivocabilmente, una gravissima minaccia alla sicurezza pubblica.

La ricreazione è finita. Ora servono i fatti.

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