Cultura

Montagna e cultura come terapia: a Pallagorio il trekking del CAI per le donne che affrontano il cancro

L’iniziativa “(Onco)rosa Trekking” della sezione di Cosenza ha fatto tappa nell’Arbëria crotonese per una giornata di recupero fisico ed emotivo tra tradizioni, gastronomia e legami di comunità.

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PALLAGORIO, 15 marzo 2026 – Una montagna che non è solo vetta da raggiungere, ma un vero e proprio strumento di cura. Un borgo antico che non è solo meta turistica, ma un luogo dove la cultura diventa parte di un percorso di rinascita. Nel cuore dell’Arbëria crotonese, a Pallagorio, si è svolta una giornata speciale che ha unito l’escursionismo alla riscoperta delle tradizioni arbëreshe, nell’ambito del progetto “(Onco)rosa Trekking” promosso dal Club Alpino Italiano di Cosenza.

L’iniziativa, rivolta a donne operate al seno, si inserisce nel più ampio programma nazionale di Montagnaterapia del CAI, che sfrutta l’ambiente montano come contesto riabilitativo e socio-educativo. Protagoniste della giornata, le partecipanti del progetto, accompagnate dal gruppo CAI, dai Mistery Hunters e dall’associazione Oncorosa Onlus, e accolte dall’associazione locale Fili Meridiani.

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Il cammino come strumento di recupero

Il progetto “(Onco)rosa Trekking” nasce per sostenere le donne nel delicato percorso di recupero post-operatorio e terapeutico. “L’attività motoria e la partecipazione attiva favoriscono la produzione di endorfine, contribuendo a migliorare significativamente la qualità della vita”, spiega Candida Mastroianni, oncologa e referente del progetto per il CAI Cosenza. “Momenti come questi dimostrano quanto il cammino, la socialità e l’incontro con la bellezza culturale possano generare effetti positivi. Ogni appuntamento diventa occasione di cura, ascolto e rinascita, dove territorio e salute camminano davvero insieme”.

Un’immersione nella cultura Arbëreshe

La giornata a Pallagorio è stata un viaggio esperienziale che ha toccato tutti i sensi. Dopo una colazione rurale a base di prodotti tipici, il gruppo ha reso omaggio all’eroe albanese Giorgio Castriota Skanderbeg, simbolo identitario per tutte le comunità arbëreshe.

Il percorso è proseguito tra le vie del borgo, scandito dal suono manuale delle campane e dalla visita alle chiese del Carmine e di San Giovanni Battista, dove sono state illustrate le ultime tracce del rito greco-bizantino che ha caratterizzato per secoli la spiritualità locale. Particolarmente suggestivo è stato il racconto del Pupugheji, un antico rito di comparaggio che testimonia la profondità dei legami sociali della cultura arbëreshe.

L’arte e la musica hanno animato la visita con la sosta davanti al murale dedicato all’artista Paolo Staltari, dove il cantore Peppino Siciliani ha intonato i canti della tradizione, coinvolgendo ospiti e comunità nella Vagha, il tipico ballo tondo arbëresh.

Sapori e saperi: la tradizione a tavola e nei laboratori

La cultura arbëreshe si è rivelata anche a tavola, con un pranzo a base di ricette tramandate da generazioni, e nel pomeriggio, con laboratori che hanno permesso ai partecipanti di “mettere le mani in pasta”. Le donne si sono cimentate nella preparazione delle Dromësat, la pasta benedetta della tradizione, e hanno scoperto il significato simbolico delle uova rosse pasquali e del Morci, il braccialetto di marzo che celebra la primavera.

La giornata si è conclusa al MUZÉ – Fili Meridiani, uno spazio dedicato alla memoria e alla cultura arbëreshe, con la visita alla videoteca, all’esposizione degli abiti tradizionali e alla mostra della graphic designer Francesca Liuzzo.

“Accompagnare i partecipanti in Arbëria significa offrire molto più di una semplice visita. È un viaggio dentro una cultura viva”, ha commentato Alessandro Frontera di Fili Meridiani. Un’idea condivisa da Alfonso Morelli dei Mistery Hunters, che ha sottolineato l’importanza di raccontare una “Calabria altra, fatta di piccoli paesi, storie antiche e un patrimonio culturale sorprendente che merita di essere conosciuto”.

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