Cronaca

’Ndrangheta, maxi-confisca da 162 milioni al gruppo Lobello: sigilli all’impero del cemento

CATANZARO — Un colpo durissimo al cuore finanziario della criminalità organizzata calabrese. Il Tribunale di Catanzaro ha disposto la confisca definitiva di un patrimonio record dal valore superiore ai 162 milioni di euro nei confronti degli imprenditori Antonio, Giuseppe e Daniele Lobello. Si tratta di uno dei più imponenti provvedimenti di prevenzione patrimoniale mai eseguiti nel territorio, un’operazione che smantella un vero e proprio impero economico edificato all’ombra della ’ndrangheta.

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L’ombra della “Cupola” sul cemento: l’inchiesta “Coccodrillo”

Le fondamenta del sequestro odierno affondano nelle rivelazioni della celebre inchiesta “Coccodrillo”, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Catanzaro. Le indagini hanno svelato una fitta rete di cointeressenze e patti di ferro tra il gruppo Lobello e alcune delle anime più potenti della criminalità organizzata locale, tra cui le cosche Mazzagatti, Arena e Grande Aracri.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e confermato dalle condanne definitive — giunte a vario titolo per concorso esterno in associazione mafiosa, autoriciclaggio, trasferimento fraudolento di valori ed estorsione —, gli imprenditori avevano stretto un patto di mutuo soccorso con i clan. Da un lato, i Lobello si garantivano l’immunità dal racket delle estorsioni; dall’altro, forti della protezione mafiosa, riuscivano a sbaragliare la concorrenza e a imporre un regime di quasi monopolio nelle forniture di calcestruzzo e nell’accaparramento di grandi commesse edilizie, sia pubbliche che private.

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Un impero di carta e cemento: i dettagli del maxi-sequestro

Il provvedimento di confisca, emesso in applicazione delle severe norme del Codice Antimafia (d.lgs. n. 159/2011), ha colpito un patrimonio immenso che gli accertamenti patrimoniali hanno dimostrato essere del tutto sproporzionato rispetto ai redditi ufficialmente dichiarati dagli imprenditori al fisco.

Il decreto ha sottratto alla disponibilità della famiglia Lobello un elenco sterminato di beni:

  • Decine di unità immobiliari e vasti appezzamenti di terreno;
  • Partecipazioni societarie in diverse aziende di capitali, alcune delle quali dislocate anche fuori dai confini della Calabria;
  • Interi complessi aziendali, tra cui spicca un imponente cantiere per la produzione industriale di calcestruzzo;
  • Un vasto parco veicoli e numerosi automezzi pesanti;
  • Conti correnti, depositi e rapporti bancari blindati.

Lo Stato si riprende il territorio

Questo maxisecuestro non rappresenta soltanto un traguardo giudiziario, ma un segnale politico e sociale di enorme portata. L’aggressione ai patrimoni illeciti si conferma ancora una volta l’arma più efficace per scardinare il potere delle cosche, privandole della linfa vitale — il denaro — con cui inquinano l’economia legale. Con questo provvedimento, lo Stato assesta un colpo decisivo alle infiltrazioni della ’ndrangheta nel tessuto imprenditoriale catanzarese, restituendo alla collettività fette di mercato che per anni sono state sottratte alla libera concorrenza e alla legalità.

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