Pizzo nei campi del Cosentino: blitz contro il “clan di famiglia”. Cinque misure cautelari a Corigliano-Rossano
CORIGLIANO-ROSSANO – Una morsa invisibile ma asfissiante, capace di stringersi attorno al collo di chi, ogni giorno, lavora la terra o gestisce un’attività commerciale nella Sibaritide. È lo scenario emerso dall’ultima operazione dei Carabinieri del Reparto territoriale di Corigliano-Rossano, scattata alle prime luci dell’alba sotto il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Catanzaro.
Il bilancio del blitz è di cinque misure cautelari eseguite nei confronti dei membri di un gruppo familiare, ritenuto dagli inquirenti una vera e propria cellula criminale dedita alle estorsioni. Per quattro degli indagati si sono aperte le porte del carcere, mentre per il quinto è scattato l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.
La legge del silenzio e i raccolti blindati
L’ordinanza, firmata dal Gip del Tribunale di Catanzaro su richiesta della Procura distrettuale, contesta a vario titolo numerosi episodi di estorsione, sia consumate che tentate. Ad aggravare il quadro accusatorio è la contestazione del metodo mafioso. Secondo la ricostruzione degli investigatori, la consorteria a base familiare avrebbe imposto sistematicamente il “pizzo” a imprenditori agricoli e commercianti della zona.
Un controllo del territorio capillare, esercitato non solo con le minacce verbali, ma sfruttando quel clima di assoggettamento e omertà tipico delle dinamiche di ‘ndrangheta. Chi non pagava rischiava di vedere andare in fumo il lavoro di una vita, in un territorio dove l’agricoltura rappresenta il principale motore economico.
La trincea della Dda nel cuore dell’agroalimentare
L’indagine si inserisce in un mosaico investigativo molto più ampio e complesso. Da tempo la Dda di Catanzaro ha acceso i riflettori sulla filiera agroalimentare calabrese, un settore strategico costantemente nel mirino dei clan. Estorsioni, ma anche caporalato e truffe sistematiche per accaparrarsi i fondi europei: l’economia dei campi è da anni una delle principali fonti di sostentamento per la criminalità organizzata locale.
Dal comando dell’Arma e dagli uffici della Procura distrettuale trapela cautela, come imposto dal codice. Le accuse formulate in questa prima fase si basano su gravi indizi di colpevolezza raccolti durante le indagini preliminari, elementi che dovranno ora superare il vaglio del contraddittorio nei successivi gradi di giudizio. Per tutti gli indagati, infatti, vale il principio costituzionale della presunzione di innocenza fino a un’eventuale condanna definitiva.
Resta, però, il segnale forte dello Stato in un’area ad altissima densità criminale, dove liberare l’economia legale dal giogo del racket rimane la sfida più difficile.





