Cronaca

La solitudine dei sindaci calabresi: Stato a due velocità perché Bologna ha la scorta e Gioia Tauro no?

GIOIA TAURO. Sulla sicurezza degli amministratori pubblici non possono esistere territori di serie A e territori di serie B. È questo il principio cardine da cui muove la riflessione sollevata dall’iniziativa della “Tazzina della Legalità”, che accende i riflettori su una disparità di trattamento istituzionale che rischia di lanciare un segnale pericoloso nella lotta alla criminalità organizzata.

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I fatti recenti offrono un contrasto stridente. A Bologna, in seguito alle minacce ricevute dal sindaco Matteo Lepore, la Prefettura ha prontamente disposto una scorta permanente. Una decisione sacrosanta e doverosa di fronte a una situazione di rischio concreto. Ma è proprio di fronte a questa tempestività che sorge spontaneo un interrogativo inquietante sulla gestione della sicurezza nel Mezzogiorno.

A Gioia Tauro – un territorio che non ha certo bisogno di presentazioni quando si parla di dinamiche legate alla ‘ndrangheta – la sindaca Simona Scarcella è stata destinataria di una serie di gravissime intimidazioni. Prima il ritrovamento di proiettili di Kalashnikov nei pressi della sua abitazione, poi, in tempi ancora più recenti, il recapito di una lettera contenente esplicite minacce di morte rivolte persino ai suoi figli. Nonostante la gravità di questi episodi, e malgrado la stessa prima cittadina abbia chiesto pubblicamente alle istituzioni di chiarire quali misure di tutela fossero state predisposte per lei e per la sua famiglia, ad oggi non risulterebbe attivata una misura di protezione analoga a quella del collega emiliano.

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Il punto non è mettere in discussione la scorta assegnata al sindaco di Bologna, bensì comprendere perché, davanti a minacce così reiterate e di tale portata, a Gioia Tauro la risposta dello Stato non appaia altrettanto tempestiva e adeguata. I criteri per l’assegnazione delle misure di tutela esistono e sono codificati: l’auspicio è che vengano applicati in maniera trasparente, uniforme e senza alcuna disparità geografica. Se un sindaco viene minacciato in Emilia-Romagna lo Stato deve esserci; ma se un sindaco viene minacciato in Calabria, lo Stato ha il dovere di farsi sentire con ancora maggiore vigore.

Questa non è una difesa d’ufficio o di parte. Chi segue l’operato della “Tazzina della Legalità” sa bene che in passato non sono mancati momenti di forte contrapposizione politica e dialettica con l’amministrazione di Gioia Tauro, in particolare durante le tappe della Staffetta della Legalità. Tuttavia, quando viene minacciata un’istituzione democratica e vengono coinvolti i figli di un’amministratrice, le simpatie personali e le appartenenze devono fare un passo indietro. Resta solo un principio supremo: lo Stato deve proteggere chi lo rappresenta sul territorio.

Per fare luce su questa vicenda, è stata inviata un’interrogazione formale al Ministro dell’Interno, chiedendo di verificare se vi siano state differenze di trattamento e quali siano le valutazioni tecniche alla base delle decisioni assunte dalle rispettive prefetture.

Al contempo, non si può non registrare un silenzio assordante da parte della politica calabrese. Non bastano le dichiarazioni di solidarietà di rito delle prime 48 ore – destinate a scadere rapidamente come uno yogurt fresco. Chi rappresenta la Calabria nelle istituzioni regionali e nazionali ha il dovere morale di pretendere risposte chiare e immediate. La sicurezza di chi sta in prima linea non può essere trattata come una questione di serie B.

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