Oltre il camice, il cuore: a Catanzaro la rivoluzione silenziosa dell’umanizzazione pediatrica
CATANZARO – Curare non è semplicemente somministrare una terapia, ma abitare uno spazio di vulnerabilità condivisa. Si è concluso il mese di giugno e, con esso, un capitolo cruciale della campagna di sensibilizzazione “Cura chi Cura”, promossa con tenacia dall’Associazione Tribunale per la Difesa dei Diritti del Minore (TDDM) di Catanzaro. Dopo aver acceso i riflettori a maggio sulle mamme caregiver, l’iniziativa ha idealmente teso la mano a medici, infermieri e operatori sanitari: professionisti che, nei corridoi asettici dei reparti pediatrici dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria “Renato Dulbecco”, trasformano quotidianamente la scienza medica in un linguaggio fatto di ascolto e vicinanza.
L’ospedale, per un bambino, è spesso un labirinto di ombre e timori. Ed è qui che si inserisce la magia terapeutica del progetto “Ospedale Allegro”.
Tra le corsie, l’ordinario ha ceduto il passo allo straordinario attraverso un gioco serio: l’inversione dei ruoli. Grazie alle bambole Pezzotta – nate dal progetto “Ospedale Allegro Colibrì” e diventate veri e propri ponti relazionali – i piccoli pazienti hanno svestito i panni di riceventi passivi di cure per trasformarsi, anche solo per un pomeriggio, in medici e infermieri. Visitare una bambola, auscultarne il battito di pezza, rimboccarle le coperte: gesti semplici che assumono una valenza psicologica dirompente. Il gioco diventa così un potente meccanismo di catarsi, uno strumento per metabolizzare la paura dell’ago o del camice, convertendo l’ignoto in un territorio familiare e, quindi, non più minaccioso.
“Con i bambini bisogna entrare in punta di piedi, rispettando i loro tempi ed essere sempre sinceri: è così che si costruisce la fiducia. Se non ci metti il cuore, è difficile accompagnarli in momenti così delicati.”
A parlare è Debora, infermiera della “Dulbecco”. La sua testimonianza è un manifesto di resistenza emotiva. Racconta di come un sorriso o un approccio ludico non siano orpelli, ma parte integrante del protocollo terapeutico. In questo ecosistema così fragile, il supporto dei volontari del TDDM si rivela un pilastro invisibile ma robusto, capace di alleggerire il carico emotivo che grava non solo sulle famiglie, ma sullo stesso personale sanitario.
La cura, insomma, è un flusso bidirezionale. Chi cura ha bisogno, a sua volta, di essere sostenuto.
“Questo mese ci ha permesso di esplorare la parte sommersa dell’iceberg della cura,” spiega con convinzione Daniela Fulciniti, presidente dell’Associazione TDDM. “Abbiamo voluto raccontare la presenza, l’ascolto, la capacità di restare umani anche nella tempesta. Sostenere chi cura significa garantire una qualità della vita migliore ai piccoli pazienti.”
Mentre cala il sipario su questa specifica fase, la campagna “Cura chi Cura” non si ferma. Lascia dietro di sé una rete territoriale più fitta, una consapevolezza rinnovata e la certezza che, tra le mura di un ospedale, l’empatia è un farmaco salvavita che non richiede prescrizione, ma solo una straordinaria umanità.





