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Il pallone spezzato di Dodò: la lezione che la scuola non può dimenticare

A diciassette anni dalla strage di Crotone in cui perse la vita Domenico Gabriele, a soli 11 anni, l’appello del CNDDU per trasformare la memoria in educazione civica e contrasto attivo alle mafie. Dopo la scomparsa della madre Francesca, la staffetta della legalità passa ai banchi di scuola.

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di Giovanna De Lucia Lumeno Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani

CROTONE – Ci sono immagini che la cronaca non riesce a sbiadire, nemmeno a distanza di anni. Quella di Domenico “Dodò” Gabriele è racchiusa in un campetto di terra battuta in contrada Margherita, alla periferia di Crotone. È la sera del 25 giugno 2009. Dodò ha undici anni, indossa la maglia della Juventus, sogna le giocate di Alessandro Del Piero e condivide con il padre Giovanni la passione per il calcio. Quella sera, mentre corre dietro a un pallone, il fuoco della ’ndrangheta squarcia il silenzio del gioco. L’obiettivo dei killer è un pregiudicato, Gabriele Marrazzo, ma i proiettili non fanno distinzioni. Dodò viene colpito alla testa. Inizierà un’agonia lunga ottantacinque giorni in un letto d’ospedale, interrotta il 20 settembre dello stesso anno, quando il cuore del bambino smette di battere.

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Oggi, a diciassette anni da quel tragico autunno, ricordare Dodò non significa solo rievocare una ferita insanabile. Significa, prima di tutto, restituirgli la sua identità di bambino, sottraendolo all’abbraccio gelido della cronaca nera per restituirlo alla vita, ai suoi affetti, alle sue aspirazioni spezzate.

Dal dolore privato all’impegno civile

La giustizia ha fatto il suo corso, decretando l’ergastolo per gli esecutori materiali dell’agguato, Andrea Tornicchio e Vincenzo Dattolo. Ma la vera battaglia contro l’oblio è stata combattuta fuori dalle aule di tribunale. Francesca Anastasio e Giovanni Gabriele, i genitori di Dodò, hanno scelto di trasformare il loro dolore devastante in un pellegrinaggio laico nelle scuole di tutta Italia, parlando a migliaia di studenti.

La scomparsa di mamma Francesca, avvenuta l’11 maggio dello scorso anno a soli 58 anni, ha lasciato un vuoto profondo, ma ha anche trasmesso una precisa responsabilità collettiva. Quella staffetta della memoria non può fermarsi. Francesca e Giovanni hanno sempre individuato nella scuola l’argine più potente contro la deriva mafiosa. Ed è proprio tra i banchi che quella testimonianza deve ora farsi struttura, programma didattico, coscienza critica.

Oltre la commemorazione: la mafia spiegata sui banchi

La commemorazione da sola, per quanto nobile, rischia di scivolare nella sterile ritualità. Per evitare che il trascorrere del tempo allontani i fatti, la scuola deve fare un salto di qualità: deve insegnare a decodificare il fenomeno mafioso. Gli studenti hanno il diritto e il dovere di capire come operano i clan, come si radicano nei territori e come condizionano l’economia reale.

La proposta del Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) è chiara: portare lo studio del diritto penale e della legislazione antimafia direttamente nelle classi, con un linguaggio accessibile ma rigoroso. Spiegare l’articolo 416-bis significa fornire ai ragazzi le coordinate giuridiche per riconoscere un’associazione mafiosa. Studiare il Codice delle leggi antimafia (D.Lgs. 159/2011) permette di comprendere l’importanza delle misure di prevenzione e, soprattutto, del sequestro e della confisca dei beni.

La didattica del territorio: tracciare i beni confiscati

La legalità non si insegna solo sui libri, si sperimenta sul territorio. Una delle proposte didattiche più incisive consiste nello spingere le scolaresche a mappare i beni sottratti alla criminalità organizzata nella propria città. Ricostruire la storia di un immobile confiscato – dal sequestro alla sua restituzione alla collettività come spazio sociale o culturale – permette ai giovani di toccare con mano come lo Stato colpisca le mafie nel loro punto più vulnerabile: il patrimonio economico.

Allo stesso modo, lo studio delle vittime innocenti deve seguire un metodo scientifico di ricerca e verifica delle fonti, distinguendo la verità giudiziaria dalle ricostruzioni giornalistiche. Solo così la storia di Dodò esce dall’emotività del momento per farsi studio documentato e rigore intellettuale.

Anche lo sport, quel calcio tanto amato da Dodò, può diventare un formidabile veicolo educativo. Campetti e palestre scolastiche possono trasformarsi in arene di dibattito dove incontrare magistrati, sociologi e referenti delle associazioni che gestiscono i beni confiscati, preparando gli studenti a un confronto attivo e consapevole.

Il dovere di non abituarsi

La tragica verità della morte di Dodò – un bambino di undici anni ucciso mentre giocava a calcio – ci impone di non considerare mai le mafie come un elemento inevitabile o circoscritto del nostro paesaggio sociale. La criminalità organizzata prospera sul silenzio, sulla rassegnazione e sulla pericolosa abitudine alla sua presenza.

Il compito della scuola è spezzare questa normalizzazione prima che metta radici. Dare il giusto nome alle cose, svelare i meccanismi del consenso mafioso e mostrare che lo Stato ha gli strumenti per vincere questa battaglia sono i pilastri di una vera rivoluzione culturale.

Il 20 settembre non deve essere una ricorrenza sul calendario che si chiude l’indomani. Deve essere la pagina iniziale di un percorso annuale di riscatto. A Dodò è stato strappato il futuro; alla scuola spetta il compito di armare le nuove generazioni degli strumenti necessari per difendere il proprio.

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