Blitz all’alba a Reggio Calabria: disarticolata la cupola dello Stretto, 79 arresti (i particolari)
REGGIO CALABRIA – Il silenzio dell’alba reggina è stato spezzato dal rombo persistente degli elicotteri e dal lampeggiare blu di centinaia di volanti che hanno letteralmente cinto d’assedio la città. Oltre 500 uomini della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri, in un dispositivo di sicurezza straordinario, sono stati impegnati in una vasta e capillare operazione di polizia giudiziaria. Il bilancio finale descrive un terremoto giudiziario: 79 misure cautelari eseguite — di cui 72 custodie in carcere e 6 agli arresti domiciliari — su mandato del G.I.P. del Tribunale locale, dietro tassativa richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) reggina. Per tutti gli indagati, come impone la Carta costituzionale, vige il principio di non colpevolezza fino a un’eventuale condanna definitiva. Eppure, il quadro indiziario svelato dagli inquirenti delinea accuse che pesano come macigni sulla stabilità sociale ed economica del territorio.
La “Federazione” mafiosa e il patto di Archi
Le indagini preliminari, condotte con metodologie tradizionali e sofisticate attività di intercettazione, tratteggiano uno scenario inquietante e per certi versi inedito. Al centro della ragnatela investigativa, tessuta con pazienza dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri e dalla Squadra Mobile (coadiuvata dal S.I.S.C.O. reggino), emerge la fisionomia di una vera e propria “federazione” tra i clan storici dello Stretto. I nomi sono quelli che da decenni segnano la cronaca nera e la storia criminale del territorio: De Stefano, Tegano, Condello, Iuliucic e Sorace.
A tirare le fila di questa complessa coalizione criminale sarebbe un esponente di primissimo piano della consorteria, un uomo il cui spessore criminale è già stato suggellato da una condanna all’ergastolo. Dal fondo di una cella, attraverso canali di comunicazione cifrati e messaggi recapitati all’esterno, quest’ultimo sarebbe riuscito a imporsi come garante supremo degli equilibri interni, agendo da cerniera tra le storiche famiglie d’élite e il gruppo denominato “Centro”, stabilmente operativo nel feudo strategico di Archi. Un controllo capillare, quasi militare, che andava ben oltre la semplice spartizione dei proventi. Le accuse contestate spaziano infatti dal supporto logistico e finanziario ai latitanti — le cosiddette “spese di guerra” — fino al reclutamento di nuove leve, alle rapine sistematiche e al trasferimento fraudolento di beni a favore di prestanome. Una vera e propria economia parallela, strutturata per autoalimentarsi.
La nuova geografia dei clan: dalle colline al centro urbano
La mappa del potere mafioso delineata dall’inchiesta si estende ben oltre i confini del nucleo urbano consolidato. Gli inquirenti hanno infatti mappato con precisione geometrica l’influenza di altre articolazioni satelliti, attive e formalmente fedeli alla cupola centrale, stabilmente insediate nelle frazioni collinari di Orei, Aretino, Oliveto e Cruce Valanidi.
L’equilibrio tra queste fazioni è precario ma ferreo. In assenza di figure di vertice carismatiche sul territorio, la gestione delle “cariche” interne e la spartizione dei proventi illeciti rischiano costantemente di degenerare, traducendosi in vuoti di potere pericolosissimi che potrebbero sfociare in nuove faide sanguinose. Il controllo del territorio rimane, per i clan, un’ossessione primaria. È proprio attraverso questo dominio asfissiante che la ‘ndrangheta riesce a condizionare il tessuto economico sano, riciclando fiumi di denaro sporco in attività commerciali apparentemente lecite. Un meccanismo perverso che serve non solo a ripulire i capitali, ma anche a legittimare il potere sociale del singolo affiliato all’interno della comunità, cementando legami di rete in un sistema associativo multiforme e in perenne mutamento.
Il canale della droga, la finanza occulta e le direttive dal carcere
Un capitolo a parte, estremamente dettagliato nel provvedimento cautelare, è rappresentato dal traffico di sostanze stupefacenti. Le indagini hanno svelato l’operatività di una seconda struttura criminale, attiva principalmente nel quartiere di Archi, guidata da un soggetto già condannato per associazione mafiosa. Anche in questo caso, la detenzione non ha interrotto i flussi di comando: le direttive operative e i canali di finanziamento partivano direttamente dietro le sbarre, a dimostrazione di una resilienza strutturale impressionante.
Gli inquirenti sono riusciti a ricostruire l’intera filiera del narcotraffico: dai promotori dell’organizzazione ai fornitori della materia prima, fino ai colletti bianchi che gestivano la finanza occulta a supporto dell’approvvigionamento. Contemporaneamente, le perquisizioni e i sequestri si sono estesi a macchia d’olio sull’intera provincia reggina e in altri importanti centri nevralgici del territorio nazionale, colpendo i canali di stoccaggio e distribuzione della droga.
Uno sforzo corazzato dello Stato
Per blindare un’operazione di tale portata è stato necessario un coordinamento interforze di livello eccezionale, una vera e propria risposta di sistema da parte dello Stato. All’esecuzione dei provvedimenti hanno partecipato attivamente le Squadre Mobili e le sezioni SISCO di mezza Italia: Catanzaro, Cosenza, Crotone, Messina, Palermo, Potenza, Taranto e Vibo Valentia.
A terra, il supporto operativo è stato garantito dal Comando Provinciale dell’Arma dei Carabinieri di Messina e dal Battaglione Carabinieri di Vibo Valentia. Dall’alto, a sorvegliare ogni movimento e a prevenire tentativi di fuga, ha operato lo Squadrone Eliportato Carabinieri “Cacciatori” di Calabria, reparto d’élite abituato ad agire nei contesti più impervi dell’Aspromonte. Lo Stato ha risposto compatto, sferrando un colpo durissimo che ridisegna gli equilibri e aumenta la pressione sulla criminalità organizzata dello Stretto. Il cammino della giustizia è solo all’inizio, ma il segnale inviato oggi è inequivocabile





