No al transito di materiale militare attraverso il porto di Gioia Tauro diretto ad Israele
Da circa due mesi, 16 container sospetti di contenere materiale militare sono sotto ispezione nel porto calabrese. Oggi, 29 maggio, ci troviamo qui, davanti al porto, per una doppia azione di monitoraggio, tanto via mare quanto via terra, per vigilare su ogni possibile partenza di questo carico.
La mobilitazione a sostegno dei lavoratori portuali, impegnati a fermare la catena bellica che alimenta guerre e genocidi, continua. Oggi, la nave Msc MANASVI avrebbe dovuto caricare il suo carico, motivo per cui siamo qui, per denunciare e monitorare ogni fase di questa catena di guerra che parte dai nostri territori. Attualmente, le notizie indicano che i container rimarranno nel porto e non verranno imbarcati sulle navi cargo Msc.
In concomitanza con lo sciopero generale per la Palestina, indetto dai Giovani Palestinesi in Italia, alle 17:00 ci riuniremo davanti al porto di Gioia Tauro. Sarà presente il Coordinamento Calabria con la Palestina, insieme a BDS Calabria, Global Sumud Calabria e Thousand Madleens to Gaza. Alle 18:30, ci sarà una conferenza stampa sul lungomare di San Ferdinando, per rilanciare la lotta contro l’industria militare e l’economia di guerra.
La guerra non inizia solo quando cadono le bombe; essa si alimenta nei contratti militari, nelle autorizzazioni all’esportazione e nei transiti portuali. Gioia Tauro è uno dei principali hub container del Mediterraneo e un crocevia cruciale per il materiale militare. La legge 185 del 1990 vieta l’esportazione di armi verso paesi in guerra, e l’articolo 11 della Costituzione italiana “ripudia la guerra” in ogni sua forma. Eppure, il meccanismo continua a funzionare.
Qui, il ruolo dei lavoratori portuali è fondamentale. Ogni carico che non parte rappresenta una frattura concreta nella macchina da guerra. La solidarietà può trasformarsi in potere collettivo.
Proprio in queste ore, un lavoratore è rimasto ferito nel porto di Gioia Tauro a causa del ribaltamento di una gru. Pochi giorni fa, un sindacalista del SI Cobas è stato licenziato dal porto di Salerno per aver chiesto maggiore sicurezza. Questi eventi dimostrano che chi si oppone, per la propria sicurezza e per la dignità del lavoro, spesso paga un prezzo molto alto. A loro va la nostra più profonda solidarietà.
Nei porti si concentrano le contraddizioni di un modello economico che considera i lavoratori sacrificabili e le merci letali trasportabili. Disarmare il genocidio significa rifiutare che i lavoratori paghino il prezzo più alto della guerra e della logistica militare. Per questo sosteniamo la raccolta fondi di Chris Smalls, a favore dei lavoratori portuali.
Nasce così la Global Intifada – Disarmare il Genocidio: una piattaforma internazionale per sostenere e rendere accessibili le azioni contro la filiera militare. Questo spazio comune raccoglie pratiche diverse: mobilitazione, sciopero, azione sindacale, pressione legale. Tutto è necessario per colpire le radici materiali della guerra. Presentiamo oggi una mappa: global-intifada.org/supply-chain.
Non è un atlante neutrale, ma uno strumento politico per mostrare la filiera dietro le armi usate a Gaza. Armi prodotte anche in Europa, che attraversano il nostro territorio, partono dai nostri porti e viaggiano nel Mediterraneo. Rendere visibile questa catena significa renderla contestabile, interrompibile, disarmabile.
Oggi a Gioia Tauro lo ribadiremo: i porti non sono retrovie di guerra. Thousand Madleens to Gaza si unisce al crescente movimento contro il genocidio in Israele, mobilitando imbarcazioni nei porti complici e sfidando le aziende che traggono profitto dall’occupazione. Attraverso l’azione diretta in mare e la solidarietà internazionale tra lavoratori, queste flottiglie contribuiscono a smascherare e interrompere le reti globali di violenza e apartheid.
Il lavoro non è una macchina per uccidere. Disarmare il genocidio significa interrompere la filiera che lo rende possibile





