Sanità in Calabria, la rivolta delle montagne: depositate quasi 11mila firme per salvare gli ospedali interni
CATANZARO – Una spinta democratica che sale dritta dalle vette dell’Appennino calabrese e bussa con forza ai palazzi del potere regionale. Lo scorso 14 luglio, i faldoni contenenti ben 10.793 firme certificate sono stati ufficialmente depositati presso gli uffici del Consiglio regionale della Calabria. Dietro questo numero c’è la determinazione del comitato civico La Cura, promotore di una proposta di legge di iniziativa popolare che punta a blindare e rilanciare il futuro degli ospedali di Acri, San Giovanni in Fiore, Serra San Bruno e Soveria Mannelli.
Le sottoscrizioni reali sfiorano in verità quota 13mila. Un dato enorme, quasi un plebiscito, raccolto in meno di sei mesi di mobilitazione capillare tra piazze, mercati e vicoli delle aree interne. L’iter, iniziato ufficialmente il 29 gennaio 2026 con il deposito del testo originario, entra ora nella sua fase calda. Il progetto di legge porta la firma del medico Tullio Laino, esperto in diritto sanitario, e del giornalista Emiliano Morrone, già consulente del Garante regionale della salute e oggi parte attiva del comitato.
Un’unica azienda per quattro presìdi: la svolta strutturale
L’idea cardine del progetto scardina l’attuale assetto sanitario. La proposta prevede infatti la creazione di un’Azienda ospedaliera unica regionale che accorpi i quattro presìdi montani, trasformandoli in veri e propri ospedali di rete Spoke.
Basta con la logica del “tampona e trasferisci”. Il piano mira a dotare queste strutture di specialità mediche e chirurgiche fondamentali, garantendo reparti d’emergenza degni di questo nome. Oggi, chi vive in montagna subisce una sanità dimezzata: i pazienti vengono stabilizzati e poi spediti altrove, spesso affrontando viaggi infiniti su strade tortuose. L’obiettivo dichiarato è uno solo: restituire alle comunità interne il diritto costituzionale a curarsi a casa propria.
La voce del comitato: «Ora la politica si assuma le sue responsabilità»
«Oggi si chiude una fase faticosa ma straordinaria, e se ne apre un’altra decisiva», spiegano in una nota congiunta i vertici del comitato, guidati dal presidente Rocco La Rizza, dal segretario Alessandro Sirianni, dal referente per l’area acrese Silvio Tunnera, insieme ai componenti Giovanni Iaquinta, Rosamaria Audino, Ferruccio Codeluppi, Santo Bifano, Enzo Capalbo e Riccardo Allevato.
I promotori non usano giri di parole:
«In pochissimi mesi, quasi 11mila cittadini hanno messo la propria firma su un progetto di rinascita. È la prova provata che la gente della montagna non si rassegna al deserto sanitario. Ora la palla passa al Consiglio regionale: i consiglieri devono esaminare, discutere e votare. Non ci sono più scuse».
Per il comitato, questo faldone di firme rappresenta un mandato politico e sociale “inequocabile”. Sotto accusa ci sono i sedici anni di commissariamento della sanità calabrese, un lungo periodo di tagli lineari che ha finito per desertificare soprattutto i territori geograficamente più svantaggiati, allargando a dismisura la forbice delle disuguaglianze sociali.
La vigilanza attiva
Nel ringraziare i cittadini, i sindaci e i tantissimi volontari che hanno reso possibile questa impresa democratica nei quattro comprensori, i rappresentanti de La Cura lanciano un ultimo, chiaro avvertimento alla politica calabrese: «Noi il nostro dovere lo abbiamo fatto, con rigore e spirito civico. Ora pretendiamo che le istituzioni facciano la loro parte in tempi rapidi. Il diritto alla salute di chi vive in montagna non può essere messo in sala d’attesa. Vigileremo su ogni singolo passaggio istituzionale e, se necessario, siamo pronti a tornare in piazza».





