Monza in Serie A, ma a Catanzaro resta l’urlo strozzato in gola: la beffa più crudele
Un sogno costruito, accarezzato e poi frantumato. Non da un avversario superiore sul campo, non al termine di una battaglia persa, ma per effetto di un regolamento spietato che trasforma una vittoria eroica in una cicatrice indelebile. Il Catanzaro espugna l’U-Power Stadium per 2-0, compiendo un’impresa che avrebbe meritato la gloria, ma a festeggiare la promozione in Serie A è il Monza, in virtù del miglior piazzamento ottenuto durante una stagione regolare che, al fischio finale, appare lontana e irrilevante.
La notte di Monza doveva essere quella dell’impossibile, e per lunghi tratti lo è stata. I giallorossi di Aquilani, con le spalle al muro dopo il pesante 0-2 subito tra le mura amiche del Ceravolo, sono scesi in campo con la furia di chi non ha più nulla da perdere. Hanno aggredito, lottato su ogni pallone, trasformando la disperazione in energia purissima. Prima la zampata di Jack, poi il sigillo di Frosinini hanno riequilibrato il doppio confronto, gettando nel panico i brianzoli e facendo esplodere di speranza il settore ospiti e un’intera regione incollata agli schermi. Sul 2-2 totale, il miracolo sembrava a un passo.
Ma il calcio, a volte, è una scienza crudele, non un racconto epico. Quel passivo dell’andata, figlio di una prodezza balistica di Hernani e di un contropiede letale di Caso, si è rivelato una condanna a morte scritta settimane prima. Mentre il Catanzaro cercava il colpo del KO definitivo, il cronometro diventava il miglior alleato del Monza. Nessun tempo supplementare, nessuna possibilità di decidere tutto sul rettangolo verde. Il triplice fischio non ha sancito un verdetto del campo, ma l’applicazione di una norma.
E così, in una notte che mescola le lacrime all’orgoglio, il popolo giallorosso assiste alla festa altrui. Resta la consapevolezza di una squadra che ha onorato la maglia fino all’ultimo secondo, capace di vincere la partita più difficile nel momento più difficile. Ma resta, soprattutto, l’amarezza profonda per un sogno svanito non per demerito, ma per un cavillo che rende questa vittoria tanto splendida quanto, tragicamente, inutile.





