Sociale

Reggio C. Quartiere Arghillà: l’appello delle famiglie del Comparto 6, “La legalità non diventi il mostro dei nostri bambini”

REGGIO CALABRIA – Un silenzio carico di angoscia pesa sui vialetti del Comparto 6 di Arghillà. È il silenzio di chi vive sospeso, in attesa di un destino che appare segnato. Molte famiglie se ne sono già andate, vinte dalla rassegnazione o dal terrore di vedere le proprie vite ammassate su un marciapiede. Chi resta, però, non lo fa per sfida, ma perché non ha un altro posto dove andare. Da loro, attraverso l’associazione “Noi siamo Arghillà”, parte una lettera aperta, un appello accorato alla città e al sindaco facente funzioni, Domenico Battaglia.

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“Viviamo nell’incertezza più assoluta, un limbo che logora l’anima,” scrivono i residenti. La loro quotidianità è scandita dalla paura. “Ogni sirena in lontananza, ogni passo pesante nel corridoio, scuote le madri e irrigidisce i padri,” raccontano, descrivendo un’esistenza con il fiato corto, nell’attesa che riprendano gli interventi delle Forze dell’Ordine per gli sgomberi.

La preoccupazione più grande, però, è per i più piccoli. Se da un lato gli adulti riconoscono che le Forze dell’Ordine “devono compiere il loro dovere”, dall’altro faticano a spiegare la situazione ai propri figli. “Per i bambini che abitano questi alloggi, quegli uomini non sono i rappresentanti dello Stato che protegge,” si legge nella lettera. “Negli occhi grandi e spaventati dei nostri piccoli, le divise diventano i ‘mostri cattivi’ che vengono a portarli via dalla loro cameretta, dai loro giochi, dalla loro unica sicurezza.” Un grido d’allarme potente che sottolinea un trauma profondo: “Nessun bambino dovrebbe crescere con la paura dello Stato.”

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L’appello si rivolge direttamente al sindaco f.f. Battaglia e ai membri del Tavolo Tecnico, a cui si chiede “un atto di coraggio umano”. Le famiglie sollecitano una conclusione immediata dei lavori del Tavolo, che porti non a nuove relazioni, ma a soluzioni concrete. “Abbiamo bisogno di un’alternativa dignitosa, anche provvisoria, che ci permetta di uscire da qui non come fuggiaschi, ma come cittadini accompagnati verso una nuova vita.”

I residenti citano anche le tutele legali, ricordando che “la Corte Costituzionale e il Consiglio di Stato dicono che il diritto alla casa, per chi è fragile, per chi ha disabili o anziani, non può essere calpestato dalla mera regolarità amministrativa”. Secondo loro, proseguire con gli sgomberi senza un’alternativa abitativa non significherebbe ripristinare la legalità, ma “distruggere la coesione di famiglie che non hanno più nulla, se non l’unione tra loro.”

La lettera si chiude con una preghiera che è anche un monito: “Non murate i nostri sogni mentre murate le porte. Dateci una speranza concreta che non sia fatta di carta, ma di un luogo dove i nostri figli possano smettere di guardare alla porta con terrore e ricominciare a guardare al futuro con un sorriso.”

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